Malati e malattie
…l’epoca in cui viviamo, pagana e viziosa oltre ogni ogni dire, ci chiede salute e sopravvivenza ogni giorno di più. Vogliamo vivere sempre di più e al tempo stesso esser sempre più giovani e sempre più sani, come se il vivere di più non volesse anche dire invecchiare sempre di più e quindi vivere peggio. La contraddizione di fondo di queste due desideri, e la totale illogicità che la sottende, sfuggono ai più e la moderna società la nega come fan gli struzzi…
Le considerazioni di oggi riguardano la storia della medicina, o meglio, la storia dei rapporti fra gli esseri umani e la conoscenza del loro destino biologico. La medicina non nasce affatto come” scienza”, nasce dal trattamento empirico di certi sintomi con rimedi naturali (esempio: oggi avevo mal di testa, grattugiando un corno di rinoceronte sulla zuppa d’erbe mi è passato, il corno di rinoceronte mi fa bene al mal di testa…).
A forza di trattar sintomi e provar rimedi certe conoscenze si sono, per così dire, “sistematizzate”, ovvero dimostrate potenzialmente utili in maniera ripetitiva da un caso all’altro. Il tempo le ha strutturate. La medicina nasce quindi come cumulo di conoscenze empiriche progressive, non è scienza ma conoscenza, se volete è una forma particolare di “saggezza”.
I primi “grandi medici” della storia, ad esempio Ippocrate o Galeno, altro non han fatto, per passare alla storia, che sistematizzare in forma scritta questo aggregato di esperienze. Siccome sta nella natura dell’uomo il non accontentarsi delle mere descrizioni, il bagaglio di “saggezza comportamentale” della medicina empirica si è progressivamente infarcito di speculazioni teoriche che tendevano ad astrarre e concettualizzare le nozioni empiriche raccolte dall’esperienza pratica.
Questo passaggio è stato cruciale: è qui infatti che il focus della medicina si è spostato dal paziente (il malato) alla malattia… il raggruppamento dei segni e dei sintomi a formare le malattie (entità astratte ma riconoscibili nel loro ripetersi) ha comportato la nascita della “diagnostica”, quella branca della medicina con cui il “curante” classifica il nuovo singolo caso all’interno di una casella “nota” (la malattia) e lo tratta di conseguenza (con scienza e coscienza, come recita la formula).
E’ quindi in questo passaggio (la nascita delle malattie) che la medicina fa il “salto della quaglia” e ambisce (o pretende, fate voi) di passare dal comportamento empirico dettato dall’esperienza (la saggezza) alla scienza, laddove il ripresentarsi delle “malattie” conferisce alla medicina quel sustrato di “riproducibilità” che da Galileo in poi è diventato il “sine qua non” di ogni nuova branca della scienza.
Tutto bene e tutto bello Jack, ma qual è il punto, mi direte voi?
Ci arriviamo, i punti sono due in effetti.
Il primo è il più importante dal punto di vista della logica. Nel corso dei secoli la medicina occidentale è diventata sempre più tecnologica e razionalistica. Le possibilità diagnostiche si sono ampliate a dismisura. Oggi è possibile “vedere” ed analizzare cosa accade all’interno del corpo umano con una precisione ed una riproducibilità che ad un Galeno od un Ippocrate apparirebbe certo come una “opera degli dei”.
E i futuri scenari diagnostici con lo svilupparsi delle nanotecnologie, della genomica e l’uso estensivo dell’informatizzazione ci fanno ritenere che fra 50 anni i più moderni mezzi diagnostici oggi disponibili verranno considerati come rozzi, incompleti e primitivi. La nostra onnipotenza tecnologica applicata alla medicina è ancora ben lungi dall’essersi pienamente estrinsecata.
Fra 50 probabilmente quando nascerà un bambino (se ne nasceranno ancora) sarà possibile stilare una “mappa” delle malattie cui andrà incontro nel corso della sua vita. Di più, sarà possibile per una coppia scegliere quali spermatozoi e quali ovuli far “incontrare” per avere i figli “più sani” che una data coppia potrebbe in teoria concepire. Con tutte le conseguenze del caso…
Qual è il significato di tutto questo, ai fini del nostro ragionamento? Molto semplice: saltando alle conclusioni possiamo affermare che “le malattie non esistono”. Sono un’invenzione dei medici. Ogni persona ha il suo genoma, unico e irripetibile. Se levate gli accidenti esterni (fulmini, caduta dalle scale, incidenti nel traffico, virus, batteri e bacarozzi vari etc etc) tutto quel che può accadere ad una data persona sta già scritto al momento del suo concepimento. Quel che accadrà può essere accelerato o ritardato dagli stili di vita e dall’interazione con l’ambiente ma non può essere cambiato da nessuno.
Perché allora Jack dice che “le malattie non esistono”? Il concetto di malattia è come dicevo, una astrazione desunta dall’esperienza. Certo, il verificarsi di sintomi comuni a più individui, di “percorsi biologici comuni” ci consentono di “raggruppare” individui diversi sotto una stessa etichetta. Ma si tratta sempre di estrapolazioni e semplificazioni.
Prendiamo un qualunque congegno meccanico, diciamo composto da 100 parti mobili e ipotizziamo che ognuna di queste possa “rompersi” in almeno 3 modi diversi, diciamo lungo ognuna delle tre dimensioni spaziali. 100x100x100 fa 1 milione: il nostro aggeggio ha almeno 1 milione di modi possibili di rompersi. Se prendiamo la categoria “congegno meccanico con 100 parti mobili” potremmo affermare che i nostri congegni hanno 1 milione di possibili “malattie”.
Ma stiamo trascurando un altro fattore. La possibilità che due o più delle parti mobili si rompano contemporaneamente o che si rompano in sequenze, perché la rottura di una prima parte ne indebolisce altre. Come vedete i numeri salgono a dismisura in questo scenario. E il corpo umano contiene ben più di 100 “parti mobili”…
Vedete quindi che parlare di “malattie” e considerare la medicina una scienza (in termini galileiani di riproducibilità dell’esperimento) ha davvero poco senso. Certo, alcuni “percorsi biologici di malfunzionamento” dell’organismo sembrano avere una sorta di corsia preferenziale nel loro verificarsi. Chi è obeso frequentemente sarà anche prediabetico o diabetico e iperuricemico, e iperteso e così via, con tutte le conseguenze del caso.
Quindi i raggruppamenti diagnostici che chiamiamo malattie mantengono un innegabile significato e valore pratico di tipo orientativo. Ma ogni malato è diverso da un altro e la medicina NON è una scienza né mai lo sarà. Quando l’oggetto dello studio non ha caratteri di riproducibilità la scienza si ferma e inizia l’empirismo o se volete la stregoneria...
L’altro fatto Jack!
La crescita smisurata delle potenzialità diagnostiche e terapeutiche ha comportato anche una progressiva specializzazione degli operatori. Sempre più spinta. Di più, l’inselvirsi delle “conoscenze” ha fatto sempre più prender piedi ai famigerati “protocolli” diagnosticie terapeutici, così cari ai burocrati e agli amministratori delle cose sanitarie.
All’atto pratico si tratta di questo: se si presenta il paziente X, di dato sesso ed età, con il sintomo Y (o con i sintomi Y e Z, non cambia) il protocollo diagnostico terapeutico mi dice cosa statisticamente è più probabile che abbia e quali esami fare, guidandomi nel labirinto…
La maggio parte dei pazienti finisce così ben incasellata da questo sistema che, all’atto pratico, è come se finisse in un tritacarne dove viene macinato sia lui che la (l’ipotetica) capacità di giudizio dell’operatore.
La macchina della moderna medicina, così strutturata non tratta i pazienti (i malati) tratta le loro malattie (che, come abbiamo visto, non esistono).
Questo è uno dei motivi per cui le famose “medicine alternative” con il loro approccio “olistico” hanno così presa su tanta gente.
Ciao
Jack
15 marzo 2010
- blog di Jack Cat
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Sono d’accordo. La maggior parte dei medici osserva il malato secondo la specializzazione settoriale che possiedono: è raro trovare attenzione e sguardo per la persona nella sua totalità, spirito e anima compresi, per chi ci crede.
Ciao.