Il bambino che amava l'acqua
Quando nacque, in una notte d’inizio estate, la pioggia battente impedì ai suoi genitori di uscire di casa per raggiungere l’ospedale o di chiamare il medico: fu come un maremoto tellurico che scosse l’edificio fin dalle fondamenta e il mondo esterno sparì nel buio. L’acqua suonava sul tetto una sarabanda furiosa mentre dalle grondaie si udivano clangori, come di canne d’organo percosse per rabbia: un senso di presagio e di timore primitivo aleggiava nell’aria e sua madre ebbe paura.
Alla luce delle candele, poiché nulla sembrava avere più vita e movimento intorno, in un attimo divino in cui la furia degli elementi parve avere una tregua e la pioggia si tramutò in melodiosa sinfonia con echi simili a benefiche cascate, lui nacque con un guizzo da pesce marino più che di creatura terrestre.
Nella penombra della stanza, suo padre si mosse con gesti ipnotici per lavarlo e presentarlo al mondo: tutto fu semplice e senza dolori ed anche sua madre gli sorrise subito, mentre la pioggia cantilenava oramai tenere ninnenanne in rivoli e zampilli contro le persiane chiuse.
Tornò la luce e fu subito chiaro che il bimbo aveva negli occhi scuri una quieta nostalgia per la culla acquorea appena abbandonata: sua madre lo intuì nel momento del primo loro abbraccio, simile all’aggrappo allo scoglio di una creatura marina dopo un tremendo fortunale. Il suo sguardo era liquido, mobile come l’acqua increspata appena da una brezza leggera e gentile e si faceva più vivo e splendente quando, nell’ora pomeridiana del bagno giornaliero, sembrava tornare al suo elemento primigenio e vitale.
brandire patate
Quell’uomo brandiva patate sulla porta del campo. Trascinava il fiasco come fosse un figlio, come fosse un’idea, una soluzione. Il tempo delle mele marcito da tempo in una vocale, il tempo del male.
O forse quella baracca, quel bivacco da vita agra s’innalzava a tempio del male, delle patate, della fatica e dell’amore per nulla. Sanguinare l’humus di radici, strapparle e mangiarle, ogni giorno ogni anno. Come vivere al contrario, coltivare sotto la terra, ché magari qualche emozione nasce male di tanto in tanto, qualche amore non visto è solo un sotterraneo tubero nascosto. In mezzo ai vermi e al letame, nella vita per la vita.
E poi estrarle dalla terra umida controvoglia, accatastarle nel capannone e venderle per poco, venderle per appena campare.
Nelle fritture di un fastfood unto di macerie e banalità giacciono ancora le sue emozioni da troppo, esposte alla gente che di tanto in tanto lascia gli spicci sul bancone, le affoga in qualche salsa e continua ad ignorarsi fianco a fianco.
perchè non ci facciamo tutti fottere
perchè non ti espello nemmeno con l'imodium. vecchi difetti, non è bruciore, più una vecchia scottatura, che cazzo di whisky hai comprato perchè dobbiamo fare sempre gli americani, che non siamo pacifisti neanche per finta. non te lo puoi permettere oggi come domani.
perchè non mi riprendo nemmeno col bicarbonato. grandi virtù, a spararle proprio grosse che ci crede pure dio, ma chi? ma quale? non fare sempre l'antitutto che ti costa troppo essere coerente a te stesso, quello che cazzo vuoi vendimi per un accendino, ma che abbia le lucine al led.
perchè non posso liberarmi da thé, trafitto da nessun raggio di nulla, né al centro né in periferia, la legge di gravità l'hanno approvata con la fiducia, beati loro che ce l'avevano, tu ce l'hai almeno un valium riscaldato della sera prima, ché anche la febbre è lungo stupendo delirio, un viaggio zen.
perchè non andiamo tutti affanculo, che ce lo diciamo così spesso da meritare almeno un premio alla banalità, un orologio che mi faccia tener fermi i treni e prenderli in tempo, prenderli in fronte.
perché nessuno legge più lo dicono in così tanti che se leggessero loro già sarebbe qualcuno, ma qualcuno in fondo è nessuno in particolare, uno squallido modo di definire la solitudine. perchè mai ti sprechi a far qualcosa che quel sudore non te lo rimborsa nessuno, tanto alla fine è acqua e sale non vale niente come gino paoli.
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La smaritata il pollazzolo e la cocca voileova?
Un sogno da sempre accarezzato.Inventare parole. Creare una lingua nuova e misteriosa per tutti.La mia infanzia era farcita di merendine fatte con gelato di crema e biscottini lingue di gatto.
Mi ispiravano questi buoni dolcetti,non mi facevano pensare a rosee linguette che leccavano le ciotoline di latte ma ogni biscotto ad una lingua nuova da inventare.Era uno dei miei giochi preferiti costruire favole con parole strampalate,senza senso ma attaccate per prefissi e suffissi(allora ne ignoravo l'esistenza perchè ignoravo anche tutte le grammatiche)ad altre normali parole francesi e italiane.
Un guazzabuglio incomprensibile per gli adulti ma chiarissimo per me e da trasmettere alle bambole ed ai pupazzetti tutti in fila e molto attenti alle mie lezioni di maestrina di 5-6 anni. Poi intorno ai 10 anni con le poche amichette avevamo costruito tutta una lingua nostra personale con la quale poi comunicavamo tra noi bimbe.
Si faceva in questo modo:si scomponevano le parole e davanti a ciascuna si attaccavano le prime due sillabe iniziali del nome di una di noi. A rotazione, una volta per ciascuna,per non bisticciare.
Era incomprensibile per gli altri quello che dicevamo con nostro grande divertimento oltre alla gioia del gioco. Ad esempio:merenda diventava-DOME-DOREN-DODA-detto tutto di filato e di corsa.Chi poteva pensare al Do di Domiziana tra la parola?
Per Silvia diventava-SIME-SIREN-SIDA-Per Paola-PAME-PAREN-PADA- Come un treno nel vento. Quante risate!Eravamo extraterrestri scese sulla terra. Potevamo confidarci tutti i segreti in santa pace!
La rubacocche e la vitillina
(versione metasemantica)
C’era una volta una rubacocche, granfilona e vanillosa…
Un giorno, spinta dal languerone, arzigzagando qua e là, trovò una vigna dalle topie alte alte.
“Varda- disse- finalmente uncicinin da far slurbaffi.
Tentò allora di balzellare sulle zampe con quanta forza aveva in corpo ma……namucciò.
“Gessiamo - si disse- io così granfilona non posso arrendermi, ma devo intruschinare qualcosa per raggiungere quella vitillina!”
Dopo un breve abbioccolento, riprese a balzellare, ma dopo alcuni zompignagi, non potendo fare arrafferìa, così si murmuriò con malmagone mentre si allontanava:
“Pazienza, non è ancora manducona, non mi va lo sperperizo di troppe energie per una vitillina ancora acerba”
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Glosse
Rubacocche
è molto difficile trovare un sinonimo metasemantico,
quindi siamo ricorse ad una perifrasi che sta per “rubagalline” ricordando che, in epoche bambinesche, queste ultime erano nominate così e quando, con la nonna paterna, si andava a dar loro il becchime, si faceva questo richiamo “cococò”
Granfilona
in certe zone nordiche essere “filoni” significa essere furbi. La volpe è molto furba, quindi granfilona
Vanillosa
vanitosa e presuntuosa: ça va sans dire…
Languerone
se l’appetito è un languerino, la fame fame è un languorone
Topie
sempre nelle zone nordiche collinari la “topia” è il pergolato formato dalle viti, soprattutto nei cortili delle vecchie case
Varda
Cappuccino pregamorto
Favola semi-metasemantica-siculopuglieseggiante
C'era una volta una cara guagliotta; solo ad occhiarla le volevan tutti bene, e nindidìco la nonna, che non sapeva piu' cosa impizzarle. Una volta le impizzò un cappuccino di pregamorto, e, poichè le donava tanto ch'iedda non volle più indruppignarsi altro, la chiamarono sempre Cappuccino pregamorto.
Un giorno sua madre le disse:
- Vieni, Cappuccino pregamorto, eccoti uno struppolo di focaccia e una bottiglia di miero, portali alla nonna; è frulla e malestante e si rincogghierà. Mettiti in chiancata prima che faccia troppo fagugno; e, quando sei daffòra, va' da brava, senza sviottare; se no, sdrupi e sgarrassi la bottiglia e la nonna resta a impupellata. E quando entri nella sua cambrella, non lasciottare di dir buon giorno invece di indruccagnare in tutti gli angoli.
-Farò tutto per bene, - disse Cappuccino pregamorto alla mamma e le diede la zella.
Ma la nonna abitava daffòra, nel bosco, a una mezz'ugna dal villaggio. E quando giunse nel bosco, Cappuccino pregamorto sfrignò il lupo. Ma non sapeva che fosse una fruzzalona tanto cattiva e non avò paura.
- Buon giorno, Cappuccino pregamorto, - egli ingrufagnò.
- Grazie, lupo.
- Dove vai cosi ambrèssa, Cappuccino pregamorto?
- Dalla nonna.
- Cos 'hai sotto il senaleddo?
- Miero e focaccia: ieri abbiamo incottato il pane; così la nonna, che è frulla e malestante, se la ingrupperà un po' e si rincogghierà.
- Dove abita la tua nonna, Cappuccino pregamorto?
Foxillusa e l’uvonirica
Favola metasemantica bis
Foxillusa, in un giorno lugliereccio, decise di farsi una tropicchiata strategolante tra i filari di una vigna.
Il caldo era inzuccagnaro e infracicante, ma Foxillusa doveva trovare il modo per ringrupollare il suo stomaco che da tre giorni non grispognava cibo.
Sicché, cominciò a sbrocchiolarsi intorno, curando che il prosticone della vigna non la vedesse, ché il suo avanzar furtivo e senza scruvelli, facilmente, avrebbe destato, prima sospetti e poi incazzillamenti ingrugnati e sparopatici.
Quando fu sicura che attorno non infrugnava nessuno, cominciò con occhio cupidostico a cercare un racioppazzo invitante e sfamereccio.
D’un tratto ne virbulicò uno che sembrava fare al caso suo.
- Eheheh!
Sghignuzzicò.
- quello me lo strupignacco immediatamente, ché se viottello ancora un po’, m’arritroccolo morta de fame (in una settimana di vacanze romane, aveva infurchianato delle inflessioni cesarinesche!) e me se fanno pelliccia annabellara paviottica o scendiletto per le baite alpicozzare!
Mentre pensava a quelle nefandicose possibilità, cominciò a saltare verso l’anzuccoso racioppazzo cormignacco e frondoso che aveva occhiaffellato pocanzi.
Ma, salta che ti risalta, ‘sto sgruppolo di vigna non riusciva a infraddentarlo né di cotta e né di cruda né di poppa e né di prua, né di fricchio e né di fracchio.
Pensò:
- ora mi riposo un po’, ma poi ci rimpustrico di nuovo. Mica posso perdere questa battuvaglia, IO!!!
E così, si fece una penniculetta dentro una tanasciola di fortuna che trovò nei pressallochi.
La regiampolla sul poisposillo
Favola metasemantica
C'era una volta un regiampollo che voleva annannellare una regiampolla, ma ella doveva essere una regiampolla vera, una fillerina di sangue blu.
Perciò se ne andò in giro per l’ orbeterra cercando la fillerina dei suoi fantarizzi.
Di fillerine che affermavano di essere vere regiampolle egli ne trovò a catervasche, ma, al momento di annannellarsi, il regiampollo era assalito da un suspmagone:
" Sarà proprio una regiampolla di sangue blu, oppure no? ".
Qualcosa, infatti, nel loro modo o nel loro portamento era poco regaldesco e non convinceva del tutto il regiampollo.
Egli quindi non si decideva ad anghingoarne alcuna e, infine, dopo tanto vaganduliare per l’orbeterra, se ne tornò al suo manierregio, immagonuto per non aver trovato ciò che ardogognava.
Una sera si scatenò uno sgrullamondo : i losnagli si incrociavano, il tronasco brontolava, cadeva una lavuria torrenziale: non si era mai vista uno sconquagno così!
Qualcuno bussò alla porta del manierregio e il vecchio babboregio si affrettò a schiavellarre.
Era una regiampolla.
Ma come l'avevano ridotta la lavuria e lo sgrullamondo!
L'acqua cadeva a fiumarozzi dai suoi crinelli e dai suoi vestiti e le entrava nelle pedellane, uscendone dalle calcaterra.
Tuttavia ella si presentò affermando di essere una vera regiampolla.
"E' ciò che sapremo presto " pensò la vecchia mammaregia e, senza dire nulla ad animazzi, entrò in una camera e mise un poisposillo nell’alcoviera che era in mezzo alla stanza.
Le avventure di Leggerina - Le barche volanti
Leggerina è una ragazza simpatica, ma molto, molto magra, così magra che sua mamma la invita di continuo a mangiare ma lei nulla.
- Leggerina se continui vcosì il vento ti porterà via, vedrai.-
Diceva sempre sua madre.
Ma leggerina. capelli lunghi e mossi, due nei sul viso e un'aria da sognatrice, Leggerina aveva paura di ingrassare, si vedeva grassa anche se non lo era affatto.
Aveva pochi amici e un gatto che più che un amico era quasi il suo padrone.
Sebastiano, questo era il nome del suo gatto, Sebastiano dicevamo era lui a decidere cosa fare e cosa non fare e se la ragazza provava a comandarlo quello alzava la coda, soffiava, gli mostrava il sedere e se ne andava per i fatti suoi.
Un bel gatto dispettoso e maleducato direte voi, si come tutti i gatti malamerniani.
Come? Non conoscete i gatti malamerniani? Mi dispace, vuol dire che siete più ignoranti voi di Sebastiano.
I gatti Malamerniani si distinguono dai gatti Appalucchiani solo dalla coda a strisce rosse e gialle, i gatti Appalucchiani infatti al posto della coda rossa e gialla hanno una coda giallo rossa che è peggio, molto ma molto peggio.
Sto divagando però, scusate ma serve per capire cosa davvero accade a Leggerina e quanto sia per lei importante avere un gatto.
(continua)
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L'isola delle fate - parte3
Omar Il figlio del gran sultano e Fiordimandorlo figlia dell'imperatore del celeste impero avevano ricevuto, lontani com'erano,la stessa tassativa richiesta dai rispettivi genitori.
Dovevano al più presto sposarsi per motivi dinastici.
Scegliere la persona più adatta ed obbedire senza tante storie.
Tutti e due, alla fine, avevano delle simpatie ma era troppo poco, non riuscivano ad amare.
Di queste notizie venne a conoscenza la regina delle fate
che ribelle com'era, non sopportava imposizioni.
Addirittura fare pressioni sul cuore di due giovani e costringerli ad essere infelici!
No, non si poteva accettare.
Chiamò due elfi, svelti ed energici,e ordinò loro di sistemare le cose.
Gli elfi partirono,a cavallo di una nuvola, ciascuno per una destinazione diversa.
L'elfo Amaranto arrivò da Omar, sparse una polverina magica,lo fece addormentare e lo trasportò nell'isola delle fate.
L'elfo Tamarindo si comportò allo stesso identico modo.
Tutti e due arrivarono in contemporanea, con i due principi ancora addormentati.
Delicatamente li posarono tra i fiori e discreti, si allontanarono.
I due ragazzi si svegliarono al suono dei flauti che nani orchi e giganti suonavano per fare le prove di un concerto.
Pensarono di sognare, poi intervenne la fata regina che spiegò tutto.
Erano felici di essere sfuggiti ad una costrizione simile.
I genitori si sarebbero arrangiati.
Poi si sarebbe visto.
Rimasero nell'isola incantata delle fate a lungo, si conobbero meglio, si vollero bene.
Ma non si innamorarono tra loro.
Il padiglione turchese - parte 2
Fiordimandorlo era una ragazza molto dolce, bellissima, con dei grandi occhi neri a mandorla e lunghissimi capelli, soffici come seta.
Il suo giardino era bello quanto lei.
Era pieno di sassi, alberelli,arbusti,foglie e piccole cascate d'acqua gorgoglianti,grandi strani fiori che rendevano l'aria profumatissima.
Pavoni dalle splendide code iridescenti camminavano maestosi tra aironi rosa e pappagalli gialli e blu.
Fiordimandorlo aveva vent'anni ed era figlia dell' imperatore della Cina.
Trascorreva il tempo tra le sue ancelle studiando, suonando e raccontando meravigliose fiabe d'acqua.
Era serena ma aveva un sogno nel cuore:sposare chi avesse
veramente amato e nessun altro.
Conosceva tanti giovani che le facevano la corte, cinesi e stranieri ma erano tutti amici, nient'altro.
Fiodimandorlo viveva in uno splendido padiglione vicino ad un piccolo fiume pieno di pesciolini argentati.
Questa aggraziata costruzione era tutta dipinta e arredata
nei vari toni del turchese.
Era piena di terrazze, balconcini e verande.
Tappeti,grandi vasi, libri e statuette erano dovunque.
Una sera d'Aprile Fiordimandorlo stava dipingendo un delizioso acquarello e i suoi genitori, non visti, la osservavano in silenzio.
- E' proprio bella!- disse poi il padre - E' ora, non si può più aspettare - rispose la madre.
Poi con un sorriso, si rivolsero alla figlia.
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Il castello di cristallo - parte1
Omar viveva in un grande castello di cristallo nel centro del lago.
L'acqua riflettendo la luce, la suddivideva in
mille striature colorate che rispecchiavano le nuvole.
Pesci blu e viola saltavano a pelo d'acqua, guizzando tra splendide ninfee bianche e orchidee di lago.
Una grande voliera sospesa ospitava uccelli di ogni forma e colore.
Anatre dalla testina verde si rincorrevano emettendo il loro verso che non ha eco.
Uno splendido giardino, di un intenso verde smeraldo pieno di alberi e fiori circondava il luminoso castello.
Omar era felice.
Essendo il figlio del gran Sultano viveva senza problemi, studiando e divertendosi.
Era diventato grande, aveva ormai vent'anni, ed era molto bello:alto,fiero e forte.
Tutte le fanciulle del sultanato sognavano di essere la prescelta, ma Omar scherzava soltanto, senza impegnarsi.
A chi offriva un fiore a chi una canzone.
Aspettava la persona dei suoi sogni.
Un giorno di Primavera suo padre lo mandò a chiamare e gli comunicò che per ragioni dinastiche entro un anno si sarebbe dovuto sposare.
Aveva tutto il tempo di frequentare ragazze per conoscerle meglio e poi scegliere la promessa sposa che sarebbe diventata la sultana.
Infatti, il giorno del matrimonio, Omar sarebbe succeduto al padre che stanco di doveri e responsabilità si sarebbe ritirato in Scozia per pescare, lontanissimo dall'Oriente.
Il ragazzo rimase male.
Poi si adeguò e iniziò a vedersi con le più belle ragazze d'Oriente.
Il suo cuore non riusciva a battere per nessuna di esse.
Due lo attraevano più di altre:Layla e Fatima.
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Avventura turca - 2 - dedicata ad Argia
Poldo non chiuse occhio tutta la notte.
Immaginava in mille modi la principessa.
Fiordifragola sarà deliziosa, pensava.
Decise di andarla a conoscere.
Subito, prima dell' aurora.
Fece alzare il baule in volo e lo diresse verso il castello.
Atterrò su una terrazza e cercò la stanza della principessa.
Era bellissima,immersa nel sonno.
Raggi di luna giocavano sui lunghi capelli neri.
Si svegliò quando Poldo non resistè all'impulso di farle una carezza.
Si spaventò ma poi Poldo iniziò a raccontarle dei suoi viaggi e lei rimase incantata ad ascoltarlo.
Anzi,la mattina dopo sarebbero arrivati i suoi genitori e li avrebbe a lui presentati.
Poteva Poldo per conquistarli, raccontar loro una bella storia?
Poldo, non aveva difficoltà a farlo.
E così fu.
Raccontò una bellissima storia di una festa in cucina , di danze di tazze e teiere, bricchi e bicchieri.
Il grillo del focolare batteva il tempo e le posate facevano musica ritmando a tempo di blues sui coperchi e sulle pentole.
Uno spettacolo mai visto.
I sovrani si divertirono molto al racconto e regalarono a Poldo un sacchetto di ducati.
Lo invitarono anche alla festa della sera successiva che si sarebbe svolta al castello, per i 18 anni di Fiordifragola.
Poldo era raggiante.
Cosa poteva regalare a Fiordifragola per il suo compleanno?
Aveva 100 ducati d'oro da spendere!
Non era facile decidere, la principessa aveva già tutto.
Forse una sorpresa, una cosa inaspettata sarebbe stata gradita.
Avventura turca - 1 - dedicata ad Argia
Tempo fa abbiamo lasciato Poldo, ormai ventenne,in cammino per le strade del mondo in cerca di emozioni e di avventure,con una sconfinata voglia di libertà e di conoscere e capire ciò che era nuovo.
Con il suo zainetto colmo di gemme preziose e monete d'oro aveva
viaggiato, camminato, visti luoghi e persone dei quattro angoli del mondo.
Aveva imparato comportamenti e lingue diverse, conosciuto persone di ogni genere.
Per poter fare tutto ciò aveva speso tutti gli zecchini e barattate le gemme con altri soldi.
Ormai gli erano rimasti uno smeraldo, tre perle e un rubino.
Forse era ora di tornare a casa, rivedere il suo ridente piccolo paese tra i fiori della vallata, con i laghetti dai pesci blu, nelle cui tranquille acque si specchiavano i suoi monti.
Soprattutto era ora di riabbracciare sui padre e rivedere Maristella, mai dimenticata...
Di buon passo Poldo, sempre fischiettando, si ritrovò sulla strada per tornare a casa.
Attraversando un'affollata piazza di un paese sconosciuto, andò a sbattere contro un bambino seduto per terra, vicino ad un baule vuoto, che piangeva sconsolatamente.
Il buon cuore di Poldo si risvegliò subito.
Venendo a conoscenza dei problemi del piccolo Karim, decise di aiutarlo regalandogli tutto quello che aveva:le ultime pietre preziose.
Era rimasto con il solo vestito, le scarpe e lo zainetto vuoto.
Karim,riconoscente,gli aveva regalato, a sua volta, tutto ciò che aveva:il vecchio baule vuoto.
Poldo riprese il cammino verso casa trascinandosi dietro il baule.
Aveva pensato che in caso di pioggia, sarebbe stato un riparo.
Verdementa e Falco nel bosco - seconda parte
La principessa,sconcertata e intimorita disse con un filo di voce: Mille grazie per il tuo buon cuore. Compenserò tanta gentilezza, vi farò avere mille zecchini d'oro. Parola di figlia di re -
Arancino si mise a ridere e divenne ancora più orribile.
- Ma non sai che mio padre, con le sue magie, può trasformare ogni foglia di questo bosco in uno zecchino d'oro? Non desidero monete da te, ma la tua compagnia -
- Che intendi dire? - Chiese Verdementa, sempre più inquieta e sgomenta.
- Significa - rispose il brutto e cattivo nano - Che se tu vuoi che i tuoi genitori guariscano e ritrovino il sorriso, dovrai vivere con me, su questo albero d'arancio -
Verdementa si sentì male dal terrore.
Come avrebbe potuto dividere la sua vita, con quell'essere deforme e soprattutto cattivissimo!
Impossibile! Per nulla al mondo!
Ma il perfido principe dei nani non aveva ancora finito.
- Ti avverto, cara principessa, che se rifiuterai, altro che sorrisi! Il re e la regina morranno!
Pensaci e decidi. Sarò qui tra un'ora -
Arancino battè le mani e comparvero due leopardi con quattro teste e otto zampe ciascuno che trainavano un piccolo trono.
Il malefico nano vi salì e scomparve tra gli alberi.
Verdementa cadde a terra svenuta.
Quando si riebbe pensò di aver avuto un incubo, ma poi inquadrò la realtà.
L'avvilimento era sconfinato.
Le due ipotesi erano entrambe inacettabili.
Alla fine, tra un diluvio di lacrime, al ritorno del nano Verdementa accettò il patto.
Scambiare la vita e la serenità dei genitori con il suo sacrificio era la cosa più giusta.
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