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blog di Simone Censi

Il vino buono

10
Media: 10 (1 voto)

Ancora ricordo il primo giorno di scuola al liceo, quando arrivando al cancello d’ingresso, trovai di lato su di un muretto, la seguente scritta: “Il Vino fa buon Sangue / Buon Sangue non Mente / In Vino Veritas”.
Non capii mai a pieno la portata di quelle parole, fino a quando non mi ritrovai in cima a questa collina, dove davanti a me si apre il magnifico arco di questa campagna, ricca di tutti i colori della tavolozza del Sommo Maestro.
Uno scorcio perfetto, con colline, alberi e filari, e in questo magico luogo abita un popolo, capace di cogliere il massimo dall’incontro tra il sole e la terra
Un luogo incantato, dove la natura sovrana sembra tener nascosto un segreto, da svelare solamente a chi ha la forza, la pazienza e la costanza di aspettare.
In piedi, in faccia al tramonto, in cima alla collina, padrone del mondo e con in mano il primo calice della nuova annata.
Muto, abbraccio con lo sguardo quello che per me è diventato il mondo intero.
I filari dei vigneti pettinano la collina, come la mano di una mamma sulla testa del suo bambino.
Sul Sacro lavoro del contadino, veglia la protezione degli angeli. Gesti che in sé hanno millenni di storia, di esperienza.
Un bagaglio di ricordi, emozioni, segreti che si trasmettono di padre in figlio e che si arricchiscono con la ciclicità generazionale.
La sacralità dell’affannarsi agreste, è data dal simbolismo che porta in sé il ruolo del contadino.

Testo segnalato

Quando si eredita il vino

9.5
Media: 9.5 (2 voti)

Scendemmo in fila indiana, per la stretta scala sconnessa che portava direttamente giù in cantina.
Subito ci avvolse l’umidità presente nell’aria e respirammo a pieni polmoni quel buon odore di muffa che si sente, quando si entra in una cattedrale del gusto come quella.
Era una vecchia quanto accogliente cantina, le luci elettriche che in cima alle colonne mandavano una luce vibrata e incostante e le feritoie agli angoli, dove le pareti incontrano il soffitto, rendevano ancora di più l’ambiente surreale.
Appesi lungo il corridoio principale, i salumi in stagionatura sembravano come trofei di chissà quale vittoria in esposizione.
Il padre del mio amico Sandro era un noto professore in città, molto amato per la sua cordialità e molto stimato da tutti per la sua professionalità, e che come si sa, capita sia ai medici che agli insegnanti, era solito ricevere dei bei cesti pieni di prodotti eno-gastronomici, sia per velocizzare una visita a dispetto di lunghe file d’attesa, sia come gesto scaramantico per scongiurare un’imminente quanto sonora bocciatura.
“E pensare che lui è anche astemio…” disse Sandro, quando si fermò dinanzi a quella che poteva benissimo essere una fornitissima biblioteca di vini, classificati scrupolosamente per tipologia, casa vinicola e anno.
Eravamo dei veri e propri profanatori.

Testo segnalato

Damon Gallagher in “Il Signor G.”

9.5
Media: 9.5 (2 voti)

Era tempo di decidere. Dopo quella brutta, bruttissima giornata, il Signor G. non ebbe più dubbi: qualcosa doveva cambiare, ed anche al più presto. S’infilò la giacca da camera a quadri gialli e sedette alla scrivania di fronte alla porta finestra. Fuori pioveva e le luci dell’Hotel Corso erano accese sulla strada trafficata. Questa volta avrebbe programmato ogni cosa. Un promemoria dettagliato sarebbe stato il punto da cui partire. Accese il computer e incominciò a segnare il da farsi, una sorta di piano a cui attenersi scrupolosamente.
Di colpo si sentì invadere da un senso di profondo benessere, come gli capitava ogni volta che in testa riusciva a dare un ordine alle cose ed agli eventi.
Ma era solo un fattore mentale e purtroppo per lui di breve durata.
Dal riflesso del vetro appannato riusciva a stento a vedersi, ancora non era del tutto ritornato alla normalità e sentiva un freddo pungente.
Era completamente bagnato e le vesti impregnate di sangue, innocente, non suo.
Era stata una pessima giornata, che aveva concluso una delle settimane più brutte della sua esistenza.
In pochi giorni “i cacciatori” avevano fatto fuori tutti, erano stati scaltri e veloci, mentre loro non erano stati attenti ai segnali d’allarme che c’erano nell’aria.
Quella mattanza era evitabile. Lui lo sapeva.
Come era evitabile anche quello che ne era conseguito.
Ogni volta che il Signor G. ritornava nella tana dopo una nottata di scempi, aveva sempre quel rimorso che lo logorava dentro, come se fosse stato vittima di quello che era.

Alle onde del mare lego il mio destino

10
Media: 10 (1 voto)

Parlare della Toscana, della sua storia e della sua ricchezza, senza andare a ripercorrere sentieri già battuti da altri, è cosa assai ardua.
Non ero alla mia prima esperienza. Carceraria purtroppo. Devo dire che non sono mai stato un elemento pericoloso o un nemico pubblico.
Piccole rapine ad uffici postali, furti d’auto, in qualche occasione avevo svaligiato pure qualche appartamento, ma sempre senza nessun incidente, senza mai mettere in pericolo la vita di qualcuno. Durante l’ultimo tentativo di fuga, andato male, inchiodai con la macchina per paura di investire una vecchietta che stava attraversando la strada, e nonostante questo rischiai di metterla sotto lo stesso, perché fui tamponato dalle macchine della polizia che mi stavano alle calcagna.
Finii così in carcere, una prigione qualunque per cui non vale la pena nemmeno specificare il nome.
Quando fui scelto, con non so quale principio da non so quale elenco, per essere assegnato alla struttura detentiva, o meglio chiamata colonia detentiva, dell’isola di Gorgona, pensai subito che si trattasse di uno scherzo.
Nessuno sapeva dirmi di cosa si trattasse e l’incertezza, inizialmente tenuta lontana dal fatto che le date del trasferimento erano ancora imprecisate, si materializzò con la comunicazione del giorno dell’effettiva partenza.
Come capita a tutti quelli che si trovano dietro le sbarre, il mio primo pensiero andò subito alle persone che mi volevano bene e alle difficoltà che avrebbero avuto per venirmi a trovare.

Damon Gallagher in Gelosia

9
Media: 9 (1 voto)

Caro Damon,
quando riceverai la presente sarò morto. Trovo giusto mandare la presente a te perché nessun altro potrà capire.
Ricevendola sai che il caso al quale stavo lavorando, non è andato per il meglio. Io l’ho sempre amata, e se ne parlo al passato puoi immaginare com’è andata a finire. O forse No.
Nonostante avessimo divorziato da tempo e nonostante l’affidamento negatomi dei bambini, avevo deciso di aiutarla perché era giusto e perché, per quel genere di problemi, in pochi l’avremmo potuta aiutare.
Oramai era stata colpita e, anche se alcuni giorni dava segnali di miglioramento, in cuor mio sapevo che c’era poco da fare.
Aveva abbastanza veleno in corpo per morire, ma non per mutarsi anche lei nel suo predatore e almeno questo volevo evitarglielo.
La febbre durava da troppi giorni e nei deliri si metteva telepaticamente in contatto con lui.
Provai a dargli la caccia seguendo le poche tracce che avevo, ma il tutto senza esito alcuno.
Finché una sera, entrando nella stanza da letto, lo vidi disteso su di lei, entrambi abbracciati.
Potrei dire che oramai non c’era più nulla da fare, ma con te voglio essere onesto e se ora mi uccido è perché a questo non credo fino in fondo.
«Un mostro dagli occhi verdi, che schernisce la carne di cui si nutre».
Mi avvicinai di soppiatto sfruttando la distrazione dei due, alzai il machete e diedi un colpo netto con estrema violenza.
Ti assicuro che non sentii nemmeno il passaggio tra la testa del vampiro e la testa di lei.

Damon Gallagher in “Il banchetto di Dylan Sterne"

10
Media: 10 (2 voti)

L’avventura che ebbi tempo addietro a Norwich, non fu l’unica nella quale incontrai i Nachzehrer, comunemente detti mangiamorti.

Il suo nome era Dylan Sterne e, rispetto a tutti gli altri mangiamorti, aveva una piccola particolarità.
Mentre tutti i mangiamorte sanno di esserlo solo una volta morti, Dylan Sterne, per non so quale demoniaco confluire di eventi, sapeva già di esserlo da vivo.
Tra le tante pazzie che colpiscono l’uomo, lui aveva questa strana e disgustosa passione per cibi avariati e poi, passando per corpi di animali in decomposizione, decise che la carne umana andata a male era la ghiottoneria più grande per lui.
Bhè, de gustibus…

Diciamo subito che per un Nachzehrer non c’è posto migliore al mondo di un cimitero, dove possono trovare di tutto e di più, anche pregiati pezzi datati.
Dato che a differenza degli altri suoi simili, lui era dotato anche di una notevole intelligenza, capì subito che la cosa migliore per infilarsi in un cimitero e starci per sempre, era quella di fingersi morto e farsi seppellire.
Così fece.
Si organizzò con l’aiuto di altre persone ben pagate, si preparò il funerale, scelse la posizione migliore per il loculo e a fine cerimonia lo seppellirono.
La notte seguente il suo funerale, Dylan sollevò con fremente agitazione il coperchio della bara.
Lentamente si trascinò fuori, muovendo lentamente gli arti intorpiditi.
Dopo un po’ accese un fiammifero e con le mani si avvicinò alla botola che lo separava dal mondo esterno.
Accese un altro fiammifero ed incominciò a spingere la botola.

Damon Gallagher in “I NACHZEHRER”

10
Media: 10 (1 voto)

L’avventura a Norwich non è certo stata l’unica che ho vissuto in un cimitero, anche un’altra volta ci andai molto vicino a fare una brutta fine.
Questa volta però fui semplicemente ingaggiato sotto copertura, senza che la cosa risultasse, da un sindaco di una cittadina che aveva un problema alquanto insolito.
Non volendo dare troppa eco alla notizia, preferì non rivolgersi alla polizia, ma ad un esperto.
Ebbene, il problema del mio cliente era che, da diverso tempo, aveva un forte turnover di guardiani al cimitero.
Strano da dirsi, ma li assumeva e nel giro di poche settimane si licenziavano o diventavano pazzi, fino a quando l’ultimo era semplicemente scomparso.
Di punto in bianco, con i familiari che ancora lo cercavano.

Mi presentai come da accordi e mi feci consegnare tutta la documentazione necessaria su questo caso, come l’elenco e le schede personali dei dipendenti, che avevano precedentemente assolto il ruolo di guardiano al cimitero e la lista di tutti gli ospiti della struttura, in modo a poter vedere se riuscivo a trovare qualcosa di strano.
Il sindaco lo vidi subito molto preoccupato per la questione, e mi fece quasi giurare di non divulgare l’informazione in giro, ma poteva stare anche tranquillo che nel mestiere, abbiamo il segreto professionale anche noi.
Mi rinchiusi in un albergo qualche giorno per preparare il terreno di indagine anche perché il materiale da vagliare era comunque bello ricco.
Le statistiche sugli andamenti dei decessi, sempre se entravano qualcosa con la soluzione del caso, erano pressoché altalenanti.

Testo segnalato

Damon Gallagher in “Inchiodato alla Morte”

9.66667
Media: 9.7 (3 voti)

Era notte fonda, avevo aspettato per non so quanto tempo in mezzo all’erba bagnata, dietro un cespuglio e l’umidità era stata assorbita anche dall’anima.
Concentrato, determinato, sguardo fisso.
Era da tanto che lo cercavo, era tanto che lo seguivo, era tanto che studiavo ogni sua mossa e adesso finalmente lo avevo in pugno.
Mi coprivo il volto per evitare che il vapore del mio respiro fosse troppo evidente. Niente doveva essere sbagliato in quella notte, era la resa dei conti.
Sapevo che non poteva mancare a questo appuntamento, ed infatti non mi deluse.
Al primo albeggiare lo vidi di ritorno, sinuoso come un gatto, il passo svelto che sembrava camminare un soffio sopra la terra, nessun rumore, niente di niente.
Dovevo stare attento, era letale come niente al mondo.
Ma lo ero anche io.
Aspettai ancora un attimo, soffocando in me la voglia di uscire allo scoperto e assalirlo così, dov’era.
Avrebbe avuto sicuramente lui la meglio, ed era un vantaggio che non potevo proprio concedergli.
Rimasi lì dov’ero, non battei ciglio, lo vidi sfilare davanti a me con aria furtiva, si guardò intorno e poi si infilò dentro la sua tana.
Non ritornava a dormire sempre allo stesso posto, ma per precauzione ne aveva più di un nascondiglio e li sfruttava in base a dove andava a colpire la notte.
Bastava attendere. Attesi quasi due settimana, ma ne era sicuramente valsa la pena.
Attesi ancora un po’ di tempo, in modo da dargli tempo di sistemarsi e stare sicuro di averla fatta franca un’altra volta, poi sarei entrato in azione io, l’avrei colto di sorpresa e l’avrei ucciso.

Damon Gallagher in “La notte del Diavolo”

9.66667
Media: 9.7 (3 voti)

Questa storiella ebbe luogo che ero ancora giovane e stavo per terminare il periodo adolescenziale.
Erano le sei passate.
Il sole dolcemente posato sulle montagne, si specchiava per l’ultima volta nel ruscello che costeggiava la strada, mentre il verso di un corvo portava il mio sguardo all’orizzonte.
Era autunno. Il forte vento spogliava le grandi querce dalle vecchie foglie, che rotolavano nell’aria disegnando fantasmi, cadevano in strada e subito afferrate dal vento volavano lontano.
La serata non molto movimentata passò lenta, scandita da risate estranee in quella festa popolare in piazza, solo un paio di occhi scuri riaccesero il mio interesse.
Guardai l’orologio ed oramai si era fatto tardi, il mio amico era andato via, condannandomi ad un rientro forzato a piedi.
Ancora un paio di bicchieri di vino, tanto a sbandare a piedi non si rischiava niente.
Faceva abbastanza freddo, la punta del naso era ben gelata e mi strofinavo le mani per aumentare la temperatura.
Non era poi così buio, infatti la luna piena illuminava ampliamente quella notte e proiettava sull’asfalto sinistre ombre.
Non facevo troppo caso a quello che accadeva intorno a me, avevo ancora in testa quegli occhi.
L’ululato dei lupi alla luna, pensò a farmi tornare alla realtà.
Una densa nebbia iniziava ad alzarsi dalle campagne e copriva i campi e la strada, rendendo i contorni delle cose sempre meno definiti.
La luna stava per essere oscurata dalle nubi e l’amministrazione comunale ancora non aveva provveduto a riparare l’illuminazione, guasta da più di un anno.

Testo segnalato

Damon Gallagher in "La strega nel pozzo"

10
Media: 10 (2 voti)

Quando ero piccolo e mia nonna ancora in vita, mi raccontava storie che la sera d’inverno, davanti al camino, con il vento che urlava dalla canna fumaria, con le lingue di fuoco che sembravano volerci abbrancare, ci facevano stringere gli uni agli altri.
Quella che vi narrerò è una storia tramandata di nonno in nipote, che ha messo a letto con la paura più di una generazione di marmocchi, per lasciare poi spazio ai discorsi da grandi.
Una di quelle storie che mi ritornano alla mente dopo tutto questo tempo, e poi ne capirete il motivo, era quella di un bis nonno di mia nonna che riuscì una sera per un fortuito caso a catturare una strega che tutte le notti gli rubava il cavallo utilizzato per il lavoro nei campi, riportandoglielo il mattino dopo completamente sfiancato con la criniera straziata e con tutte unghiate sui fianchi.
Questo cavallo, dopo aver galoppato tutta la notte, ritornava talmente stanco che la mattina stramazzava al suolo durante i lavori nei campi e sotto le vergate del mio avo infuriato.
La strega fu rinchiusa in uno di quei pozzi costruiti per irrigare i campi, dove tutti i ragazzini avevano il divieto di andare a giocare, e la tenne lì fino a farla morire di fame.
Di questa storia rimase impressa nella memoria di molti, ne ebbi la riprova molto tempo dopo confidandomi con altre persone cresciute insieme con me in quella casa colonica, il punto in cui mia nonna simulava le urla di dolore e paura che la strega lanciò per giorni e giorni dal fondo del pozzo.

Testo segnalato

Riflesso Tonico Labirintico

9.66667
Media: 9.7 (3 voti)

Canali semicircolari, utricolo e sacculo.
Con un disumano sforzo mi stacco dalla fonte di vita e cado. L’accellerazione mi schiaccia ma il sistema motoneuronico gamma antigravitario mi riporta a testa alta.
Per quando atterro e mi riprendo è già ora di correre via.

Il viaggio è il fulcro di tutto, perché presuppone un movimento che può essere fatto anche da fermo se intorno tutto si muove.
Qualsiasi cosa intorno a noi si muove, anche le cose ferme, che per quanto ferme, sono composte da molecole in movimento e che, anche impiegando secoli per movimenti millesimali, sono sempre in movimento e nell’arco spazio temporale prima o poi non ritroverete le cose dove le avete lasciate.
Anche Voi, che siete fermi sappiate che siete in movimento. Se non vi piegate Voi al superiore volere del mondo, lo farà il supporto dove poggiate i Vostri stanchi sederi.
Così io, con il mio cavallo di legno tra un affollato deserto di stelle.

Fin dove la sabbia si incolla al cielo, seguendolo nell’ eterno andirivieni astrale, le dune arroventate dal sole venivano solcate dal sicuro passo del mio puledro, ricomposte dolcemente dal vento che al mio passaggio cancellava ogni traccia.
Così il destino dell’uomo, che attraversa il mondo e dal mondo si diparte, senza che niente più rimanga, se non una tabula rasa pronta per essere nuovamente solcata.

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