Non telepata fui, ed idea malsana
Il far cappelli fu, pei senza tetto
Dell'ottavo dì – mai fede, t'ho detto,
Mai più, in tal verde forra da befana.
La fede m'abbandona, e pare strana
Questa vegetazione a fior del petto
Sorta su in automatico, e ben stretto
S'introna, al crocidar d'occulta rana,
L'adito giù al canale dell'angoscia.
Una palude di vegetazione,
Son questo; vegeto d'un vegetare
Lineare, che si specchia e che s'affloscia
Tra nuvolaglie stracce in stagnazione,
Senza più un cuore per meravigliare.
- blog di PAN23
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Sì,l’aggettivo “orrido” mi è stato ispirato sia dagli elementi descrittivi usati sia dal significato psicologico che poi tu evidenzi.
L’orrore è quello che trapela dai tuoi versi perfetti ed eleganti nella loro struttura ritmica e proprio per questo suona dissonante col contenuto terribile.
Un’antitesi tutta giocata sul contrasto.
Posso capire che questa sia una scrittura che non genera facili consensi.
Grazie per l’apprezzamento che colgo: in realtà mi piace confrontarmi con quello che non so e che non mi appartiene tentando, se possibile, di ragionare con la mia testa e il mio sentire.
Saluti
Non condivido il contenuto, ma debbo ammettere che l’autore riesce ad esprimere bene ciò che pensa e sente usando in modo appropriato parole ed immagini. L’uso delle metafore consente di far trapelare il senso dell’angoscia e della disperazione senza dirlo con vocaboli che grondino delle medesime in forma palese. Mi pare un modo maturo di sublimare un sentimento: evocarlo invece di spiegarlo con dovizia di particolari fa sì che chi legge ne colga la suggestione potente, che è poi la meraviglia della poesia.
La prima strofa mi suona un po' ermetica, a dire il vero, il resto mi è più chiaro.
Il paesaggio orrido che viene delineato fa da giusto sfondo con la tematica espressa: Dio è stato abolito e con lui la dimensione dello spirito e la speranza nel futuro; si vive qui e ora in balia di sé in una sorta di stagnazione dei sensi e dei pensieri. Non resta altro da fare che contemplare lo sfacelo e concludere (bellissima la chiusa finale!) che “non resta più un cuore per meravigliare”.
Che si può intendere: “un cuore per meravigliare se stessi”, ma anche “un cuore per meravigliare qualcun altro”.
Il nichilismo più radicale.
Saluti
Ottima esegesi, direi. Quando parlo di fede non intendo necessariamente una fede religiosa, ma in senso più generale anche l'assenza di quella fiducia in se stessi e nelle cose che ci circondano e che, come dici, ci consente di coltivare la speranza del futuro. L'unica cosa su cui nutro qualche perplessità è l'aggettivo "orrido" che attribuisci al paesaggio, che in sé potrebbe anche essere ameno - mi sono comunque limitato, a bella posta, ad una descrizione generica. Lo stato di orridezza è al più quello interiore del protagonista (che sia io è del tutto accessorio, anche se lo sono), la cui angoscia lo spinge a specchiare con orrore anche un paesaggio bellissimo. E' forse, in parte, l'orrore dell'idifferenza e dell'apatia. O forse l'orrore si cela latente anche in uno scorcio naturale traboccante di vitalità.
Noto che sei una persona con grande capacità di penetrazione psicologica, mi fa piacere. Penso che saresti tagliata per fare il recensore e la prefattrice di libri! Pian piano sto leggendo le cose che hai scritto.
Ciao e grazie.