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La poesia di Giorgio Bàrberi Squarotti

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Invito alla lettura

 

La poesia di Giorgio Bàrberi Squarotti

 

 

Il padre

Stava seduto sulla sedia, il vecchio
col cappello di paglia, bianco l’abito
ben stirato, appena un lieve rossore sulla fronte
sudata, alto sopra il campo del tennis
e diceva a bassa voce i punteggi, per Alberto
o per Riccardo o per quel ragazzo
con i capelli fulvi, che sbagliava
troppo, chiaramente fuori allenamento:
alzò la bella testa bianca, fece
un sorriso infinitamente triste:

anche mio figlio, e se gioca così male,
hai visto i segni sulle mani e ai piedi,
e perché credi che ora si comprima il fianco
con una smorfia, come per una piaga più profonda
di un pozzo, più larga di un portale di duomo?
Ho sempre saputo che c’è stato uno baglio
irrimediabile, non so se nel giorno delle acque
o in quello degli animali della terra
o nei sogni del lungo sonno, quando
tutto era finito e così nuovo che anche un’ombra
di vento mi pareva una macchia da dovermi
affrettare a cancellarla o un tremito
di foglia sui corpi nudi che affrettavano fra gli alberi
a dare un nome a ogni cosa e anche
a me, che li guardavo con letizia;
correggere voleva dire distruggere tutto e riprovare
da capo: ma come fare nulla di tutti quei germogli
teneri e le nuvole leggere e i primi canti
delle allodole e i tentativi di carezze e l’occhio
stupito che contempla la corrente
trasportare per la prima volta il tempo ci sa dove,
e quelle parole già inventate e quei veli
della sera che dovrà venire e i segni
degli uccelli celesti che trovano pace
e già due si erano accostati per amore:
ma che volete di più? Ho dato anche mio figlio
in preda a questo orrore, e voi credete
che non abbia sofferto, che non soffra
ora che Jeshua (se non ho perso il conto)
si prepara all’ultimo servizio
della sua sconfitta.

.
( da “Un altro libro” 1988)

.
Un’allegoria

 

Nel pomeriggio d’afa un soffio freddo
arrivò d’improvviso, spartì polvere ed erbe
e anche foglie d’alberi come anime
sorprese nella quiete o in qualche lieve
lavoro o con gli occhi oziosi sulle pagine di un libro
pieno di figure: a destra e a sinistra, con sciami
d’api e di mosche, greggi candide, la striscia
obliqua del serpente, la torva astuzia della capra,
ma nel mezzo non giunse poi nessuno
ad assidersi, se non un bambino con un ombrello aperto
veniva avanti nel silenzio, dava
un calcio a una pietra, si fermava
a contemplare i segni nella polvere
aguzzando gli occhi come se dovesse
leggere un lungo ammonimento e fosse
troppo giovane per capire tutto,
poi proseguiva oltre il limite del quadro,
fuori, dove si udivano sommesse
risa, voci intenerite,un gioco strano
di nomi incomprensibili con gioia
pronunciati, come se così
tutto ricominciasse da un angolo di prato,
dall’aiuola di rose e di gerani
davanti alla casa un po’ corrosa,
da una strada di campagna dove il vecchio
Blengino riappare, vestito di nero,
curvo, si ferma a tratti come per raccogliere
il fiato nell’aria troppo secca e nuova.

.
La fine

.
Come tutti gli altri giorni ci fu chi
andò lo stesso al bar, chi telefonò per affari o anche soltanto
per parlare nel vuoto della stanza,
quando la luce si fa troppo crudele
se nessuna presenza la interrompe,
chi fece l’amore a lungo, approfittando
della lentezza del tempo, quasi immobile
sotto nuvole spesse e brevi tratti
di sereno un poco troppo azzurro,
ma più tardi molti uscirono, ragazzi
e vecchi, poiché la pioggia non venne
né venne altro, forse, anche se c’erano
tracce (ma un poco dubbie) per la strada,
barattoli vuoti, un po’ di paglia, giornali con caratteri mai visti,
qualche muro sbrecciato, qualche macchia
bruna, segni di zoccoli, un vago puzzo
di zolfo e fumo, anche se le fabbriche erano ferme
e molti amici mancavano nei luoghi
consueti e non c’era quasi traffico e tutto era
come se una infinità di gente fosse appena
partita.

.

(da “Da Gerico” – 1983)

Giorgio Bàrberi Squarotti è nato a Torino nel 1929, è un critico letterario e poeta. Già allievo di Giovanni Getto, nel 1952 si laurea con una tesi sull'opera letteraria di Giordano Bruno. Dal 1967 al 1999 è stato professore di Letteratura italiana presso l'Università di Torino.Dopo la morte di Salvatore Battaglia è stato nominato responsabile scientifico del Grande dizionario della lingua italiana UTET. Ha pubblicato, dopo Astrazione e realtà (1960), un gran numero di opere che riguardano figure e tempi della letteratura italiana, da Dante a Marino, da Petrarca ad Ariosto, da Boccaccio a D’Annunzio, da Tasso a Sbarbaro, a Montale, a Pavese e ad altri contemporanei. Ha scritto anche molte raccolte di versi. Recentemente si è aggiudicato il premio speciale dalla giuria nel Premio letterario internazionale il “Mulinello” 2003 con Addio alla poesia del cuore.

 #

Grazie per averlo proposto, non lo conoscevo

 Redattore AM

Scrivere è liberazione dell'anima

 
 #

mentre leggo queste poesie penso a quante cose devo ancora imparare. Vedo come si muove nel verso come se camminasse in pigiama nel corridoio della sua casa percorrendomi l'anima, in quella semplicità delle cose buone che solo i grandi poeti riescono a imprimere. Credo che il cammino del poeta non sia fatto di alfabeti, metafore, sinonimi, ossimori, rime, quartine, terzine, ma sia nella carica umana e nel messaggio che un vero poeta riesce a infondere alle nostre menti. 

http://raffaelaruju.splinder.com/

 
 #

Infatti, raffaela, quelli che hai citato sono solo strumenti e attrezzi occorrenti che da soli non bastano.

Redattore

 
 #

Una splendida proposta.

Molto molto bella IL PADRE, una grande intensità nelle parole e nel contenuto

Grazie per aver proposto questo grande autore

 

Giudizio sintetico:

Redattore AM

 
 #

E' un piacere conoscere questo prffessore e "nuovo" (per me) Autore in poetica.

Un grazie a Spagnuolo.

 

Redattore

 

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