Gli estremi, i confini, le strade polverose delle periferie…. È attuale la poesia? Più che mai. Come si potrebbe altrimenti reggere la paludosa insopportabile coesistenza con la pochezza o, meglio, con la zero-cultura diffusa e pandemica da mezzi mozzi penetranti e diabolici? L’arte: la poesia è arte altissima, forse meno antica solo ai pittogrammi rupestri, esiste da sempre, fa abito per ogni frangente. E, nell’habitat letterario, strano ma vero, la più difficile: un solo colpo in canna e non puoi fallire, per evitare, ahimè, la degenerazione nella deprecabile mota della versificazione, boia del poeta, adatta allo pseudo- poeta che fa quello che sa, laddove il genio si spreme e consuma in quel che può. Il verso vero, il vero verso tende al vertiginoso vezzo dell’altezza nel depensamento, nello svuotamento insciente del facere dal nulla, rendendosi nulla. Ed è atto creativo panico, scevro di tutto. Dimentico di tutto, oltre l’oblio, oltre la dimenticanza, oltre il ricordo. Si può obiettare come chiunque possa scrivere. Sicuramente: chiunque può scrivere bene … nella propria lingua! Ma fare poesia è tutt’altro. Non è solo l’esumazione del morto orale di Carmelo Bene, lo scritto, dico. E’ voce che dice passando i filtri della convenzione comunicativa; deprecabile quanto si vuole, ma, purtroppo, ineliminabile. Ma la poesia non va contestualizzata, de-finita. Vive nel tempo preconcetto, emana dalla retrospezione anamnestica. Una ricerca, in buona sostanza, che fagocita l’altro da sé, in quanto già sé forse, per involversi nelle tenebre, oltre la linea d’ombra di Fleubert, alla conquista della purezza dell’impeto ancestrale dismesso, occultato. Involversi, dunque, per poi dipanarsi con suoni di striscio, tangenti il razionale e razionali anch’essi, perché concepibili, perché percepibili. La poesia, quindi, discrimina l’idiota, la divina scemenza. Rende partecipi, quelli che sanno intendere, del senso universale dell’io poetante, contrapposto all’altro da sé, alienato e altrimenti inconoscibile. Arte di sangue, invocazione, preghiera. Non sembri retorico: è incitamento a scalare le vette. Non quelle imposte, residuato imbelle dell’arrivismo mononeurale, bensì quello del me ne fotto in quanto presa di coscienza e scienza del superamento dei recinti del voluttabro, delle stalle bovine, che l’EsserCi heideggeriano impone, quasi necessità. E quanto mai potrebbe esserci di più attuale, dunque, in un contesto contestato sempre e comunque, in una stagnazione storica e sociale caratterizzata dal depauperamento decadente dei valori, della poesia? La poesia, per non concludere, è adesso cosa da manducare, apprezzare. E, se possibile, praticare. La modernità non la deprime, al contrario. Una per tutte: la mirabile proliferazione su Internet a dimostrazione e riprova che il nuovo non la scalza, proprio non ce la fa. E la asseconda.
Giovanni Capodicasa.
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Interessantissimo
Molto interessante quanto da te scritto, l'ho letto con molto piacere
e devo dire che mi hai anche sorpresa. Di te conoscevo il lato poeta,
quello del narratore ironico e divertente, quello serio e malinconico
Questa nuova veste mi era ancora sconosciuta e devo dire che è veramente una piacevole sorpresa.
Bentornato Giovanni, un vero piacere rileggerti
Capodicasa, grazie del tuo interessante testo. Ti informo che mi sono permesso di pubblicarlo nella nuova sezione Narrativa di AltraMusa, che accoglierà tutti i testi in prosa degli autori.
Il tuo è il primo post della nuova sezione che inaugureremo entro domenica prossima (vogliamo fare ancora alcuni test per verificarne il buon funzionamento).
Se ti interessa, puoi dare una occhiata in anteprima cliccando sul link sottostante.
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