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Prisco De Vivo è nato a a San Giuseppe Vesuviano (Na) nel 1971 e vive a Saviano (Na). E' pittore, scultore e poeta.
Dal 1990 ad oggi ha partecipato a varie attività culturali sul territorio nazionale.
Ha tenuto numerose esposizioni personali e collettive in Italia e all'estero: Bruxelles, Lugano, Postdam, Praga, New York. |
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Opere pubblicate
"L'inverno nel cuore", edizione Libro Italiano, Messina 1994, con prefazione di Luigi Simonetti;
"Dell'amore del sangue e del ricordo" (selezionato al Premio Pascoli 2005), Il Laboratorio/Le edizioni, Napoli 2004, con prefazione di Plinio Perilli e postfazione di Raffaele Piazza.
Inoltre, sempre per Il Laboratorio/Le edizioni, ha pubblicato:
"Segni e parole" (In una notte oscura e uggiosa), lavoro di poesia/immagini a quattro mani con Raffaele Piazza, Napoli 2006;
"L'oscuro fiore dell'arte" (conversazioni con Enzo Rega e Pasquale Gerardo Santella), Napoli 2007.
Di prossima pubblicazione la raccolta dal titolo "Ad Auschwitz".
Prefazione alla raccolta "Dalla penultima soglia"
di Marcello Carlino
Non si fa fatica a noverarli, i motivi più battuti in Dalla penultima soglia di Prisco De Vivo.
Vi domina la morte, quando contigua con la semantica della privazione e dell'assenza, quando inscritta dolentemente e incarnata in un universo di affetti familiari, quando ripresa da alcune iconografie di impronta barocca, così che finisce trasposta nel teatro della scrittura, grottesca e crudele al modo di un maschera caricatissima, di un tragicomico, ridondante mattatore. Appartiene alla geometria della morte, anche, l'effetto-distanza di cui danno misura, come di una separazione crescente, e irreversibile, le mappe geografiche dei frammenti dei viaggi viaggiati nel testo o le abissali solitudini procurate all'io, dall'io incontrate.
E sono in rapporto di stretta similarità, comunque correlate al tema tanatologico prevalente nel libro, le stesse note, ora in adagio, ora intonate al fortissimo, delle scene di sacrificio, le quali compongono, tornando, un altro refrain. Sono le figure di una cristologica via crucis e di una suggestività rituale e religiosa che abitano l'immaginario collettivo; o sono, piuttosto, le vittime più vicine e toccanti - che non hanno smesso di urlare e di sanguinare - delle ingiustizie nostre contemporanee, le tante innocenze di una umanità bambina, o indifesa, di cui in un mondo di spietato potere e di disumana sopraffazione si fa spreco e strage; ovvero è il poeta, è lui l'agnello e l'eroe sacrificale, che sopporta e infine paga con l'esclusione, con la damnatio e con un destino prossimo di morte, la sua inattualità, mentre resiste a rendere testimonianza di una volontà di verità più alta, radicata nella tradizione di una poesia escatologica e iniziatica, il cui sguardo è forte di un acuto talento veggente, la cui vista è capace di valore sacrale e profetico.
Se poi all'assenza si tenta di porre argine con una ricerca tattile, corporea di presenza, o alla mancanza si supplisce con il desiderio, l'eros non rompe né scioglie, in Dalla penultima soglia, il vincolo di parentela che lo fa fratello di thanatos, apparendo invece votato al lutto e come funereo. Del nero del lutto, per altro, si tingono gli episodi apocalittici di una denuncia delle miserie che ci appartengono e che riempiono sempre più spesso e più densamente di mercanti il tempio, episodi nei quali Prisco De Vivo usa gli inchiostri della denuncia, la penna della polemica, altro motivo rintracciabile in questa sua ultima raccolta.
A dirne l'atmosfera è lo scuro, il notturno; a dirne il registro è un barocco visionario con forti contrasti di luce. Come nel barocco che non si scapriccia liberamente ma è esposto alle convulsioni della morte, l'ingorgo è forte. V'è disordine nei versi; vi sono sprezzature e frequenti cambi di scena; non v'è regola narrativa ma piuttosto la tensione di una incontenibile, espressivistica urgenza di attestazione, di professione testamentaria in garanzia del sacro. E ciò non solo negli squarci alla Goya, sullo sfondo di un inferno di personaggi in ridda grottesca, o di situazioni angosciose e desolanti.
Epperò nella carnalità di questa scrittura, nella sua energica inclinazione fàtica che scansa qualsiasi leggerezza (è nel peso, è nel turgore che non si fa trattenere, è nella riottosità alla "scolarizzazione" il suo carattere precipuo; non virtù lessicali, non abilità plurilinguistiche, non sapienze costruttive le si possono riconoscere; viceversa, a darne contezza è una sintassi che avanza magmatica, è un montaggio discontinuo e aggravato da detriti), si coglie una vitalità che residua, che contrasta il pensiero dominante, convalidato dalla realtà di cui abbiamo esperienza, della morte.
Particolarmente nel condensarsi e prendere corpo di alcune immagini, che fuoriescono come pomfi e inaspettate deviano dal consueto, che si potrebbero definire perciò "estatiche", questa vitalità ha modo di mostrarsi. Sono immagini che concentrano esiti di percezioni e di vissuti e, al tempo stesso, con la loro eccedenza che le distoglie dal piano della rappresentazione, aprono altri spiragli, schiudono diverse possibilità di prospettiva, affacciano forse su di un altrove, si declinano come al futuro. Sono immagini che hanno una loro evidenza plastica o sembrano sbalzare da un ordito pittorico; sono immagini prodotte da una tecnica che, quantunque senza un volontario programma, si trova ad adoperare le procedure dell'ekphrasis. Sono immagine messaggere, a metà tra il simbolo, il nume tutelare e il talismano.
E' di questa specie, volendone rammentare una tra tutte, la cucitrice che forse tesse il destino come una parca, e lavora a cucire anche la trama franta del racconto che la scrittura ha in sorte, e magari ha ricevuto mandato di portare a compimento il filo che ci disbroglia.
L'immagine estatica, figura plurale di annuncio, alla stregua di ogni messaggera si ferma sulla soglia. Non ancora morte, dalla soglia, dalla penultima soglia essa si volge a guardare alla morte e contemporaneamente arrischia, fa il gesto d'oltranza di guardare oltre la morte.
Alcune opere pittopriche di Prisco De Vivo
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