Pagina principale

Cerca in AltraMusa

Ricerca personalizzata

Login utente

Utenti in linea

Ci sono attualmente 16 utenti e 23 visitatori collegati.

Iscritti in linea

  • PABLO
  • Giuseppe
  • emmegy
  • michael santhers
  • cometafrusciante
  • 0cool
  • Meraviglia
  • Mauro
  • sempresveva
  • max
  • ariele57
  • sebastiano-magazzu
  • CRISTINA PIA
  • ugo
  • sortilegio
  • Luca Murtas

Comunicazioni dalla redazione

1. Per i neo-iscritti: se non ricevete l'email con la password, cercatela nella cartella "spam".
2. Gli autori possono scegliere il Miglior commento ai loro testi, cliccando sul link "Miglior commento".
3. Punteggi partecipazione: 1 punto per i post, 2 punti per i commenti. La lista Punteggi degli iscritti.
4. Ricordiamo a tutti gli iscritti che per qualunque loro esigenza è disponibile la bacheca di redazione.
5. Chi vuole può aggiungere una chat personale alla sua bacheca. Per sapere come fare, cliccare qui.
6. Aggiunti 238 ritratti. Per sceglierne uno, cliccare su "Il mio account" e su "Modifica"; infine "Salva".
7. Attenzione: i testi in prosa ( saggi e racconti ) vanno pubblicati nella sezione Narrativa.

Poesia Haiku - Renga - Tonka

9.33333
Media: 9.3 (3 voti)

 

Scarica la raccolta di Haiku tradizionale 

Haiku classici giapponesi

by AltraMusa

 

 
copertina.gif     

    

u.jpg   Piccolo spazio dedicato alla poesia Giapponese.  u.jpg

°*°

geisha322.jpg

 

°*° 

kamon.jpg 

 

Haiku forma poetica nata in Giappone a partire dal grande maestro Matsuo Bashõ (1644-1694).
Basho sommo poeta Giapponese la cui vicenda è dipinta ancora di mistero e sacralità, ispira la sua arte e la sua forma poetica al buddismo zen quasi alla ricerca di una ispirazione profonda che nasce da una ripiegazione intima dell'animo verso le piccole cose, le cose semplici della natura e il contatto con il fluire del tempo in dialogo con la solitudine.

"In verità tutte le cose piccole sono belle"
Sei Shõnagon

L'haiku "è una suggestione semplice e profonda" ha una struttura fissa di
5-7-5 sillabe (o corta lunga corta) all'interno della quale vengono eliminati i fronzoli come le congiunzioni e molti altri elementi che abbondano invece nella poesia a più strofe.
L'haiku è una poesia di cose non di idee.
Fa riferimento attraverso il kigo alle quattro stagioni: primavera, estate, autunno, inverno; nel quale si cristallizzano le emozioni sfumate che percorrono una stagione.
Vengono quasi dipinti dei lievi tratti come la pittura impressionistica, i contorni non sono definiti.. ma, proprio per questo, lasciano lo spazio all'animo e alle sensazioni di passare più rapidamente dal verso, al cuore, ad una comunicazione interna.. che è libera, quasi come un lieve vento.. che fluisce dai versi appena accennati, alla nostra interpretazione..che non è necessariamente mentale.

"E’ un affondo, meglio, una stoccata; una folata di vento che ridesta l’assopito e lo coinvolge, sbalordito spettatore, nella pittoresca, genuina e cruda danza della vita."

Chi non riesce a percepire la bellezza di una semplice folata di vento che porta il profumo della prossima stagione...?
E' questione di percezione..è questione di valore dato ad una singola sensazione.. trasformata dalle parole che la tua mente, quasi "ermeticamente" riesce ad esprimere.
Ognuno di questi piccoli versi dovrebbe essere meditato.. non letto fugacemente.. perché in esso risiedono istanti, pensieri, che sono unici perché irripetibili.

"L’haiku è un’impressione, un’istantanea del mondo; non documenta, illustra. Eppure non s’impone."

In queste pagine ho voluto unire haiku a foto per coniugare due forme d'arte che san cristallizzare un istante e trovare in esso significati eterni.  

 

chiossone_0.jpg

 

Matsuo Bashō (松尾芭蕉; [[Iga Ueno]], 1644 – Ōsaka, 1694) è stato un poeta giapponese del periodo Edo.

Nome originale Matsuo Munefusa, probabilmente il massimo maestro giapponese della poesia haiku. Nato nella classe militare ed in seguito ordinato monaco in un monastero zen, divenne poeta famoso con una propria scuola ed allievi, col passare del tempo, sempre più numerosi. Viaggiatore instancabile, descrive spesso nella sua opera l'esperienza del viaggio. La sua estetica fa coincidere i dettami dello zen ad una sensibilità nuova che caratterizza la società in evoluzione: dalla ricerca del vuoto, la semplicità scarna, la rappresentazione della natura, fino ad essenziali ma vividi ritratti della vita quotidiana e popolare.

 

Il vecchio stagno -
la rana salta
tonfo nell'acqua

u.jpg

fuyugare ya yo wa hito-iro ni kaze no oto

il mare si oscura
il grido delle oche selvatiche
qualcosa di bianco

u.jpg

Haru nare ya / Na mo naki yama mo / Usugasumi
Arriva, primavera / Anche alla montagna che nemmeno ha nome / Foschia chiara

u.jpg

Stagno vetusto !

Vi balza una rana. E in un pluffete ! è in acqua.

Furuike ya

kawazu tobikomu

mizu no oto

u.jpg

Alto silenzio.

Cicale. In un fremito fendesi il sasso.

                                                                           Shizukasa ya

iwa ni shimi-iru

semi no koe

u.jpg

Giorno d'inverno.

Ed è un'ombra, in un brivido, sul mio cavallo.

Fuyu no hiya

bajoo ni kooru

kagebooshi

u.jpg 

Tenebra, il mare. Il
berciare delle anitre, in bianchi barbagli.
Umi kurete
honoka ni shiroshi
kamo no koe

u.jpg

Tempio di Suma.
Odo un flauto celato nel’ombra del bosco.
Sumadera ya
fukanu fue kiku
koshita yami ni

u.jpg

Oh che baleni !
Gli aironi stridiscono nel buio fitto.
Inazuma ya
yami no katayuku
goi no koe

u.jpg

Ormai son vecchio.
Già l’alghe mi allappano i denti, e la sabbia.
Otoroi ya
ha ni kuyateshi
nori to suna

u.jpg

Nella frescura ho
trovato un ricovero, ed or m’assopisco.
Suzushisa o
waga yado ni shite
nemuru nari

u.jpg

umi kurete kamo no koe honoka ni shiroshi

inverno desolato -
nel mondo dì un solo colore
il suono del vento

u.jpg

asagao ya tsurube torarete morai mizu

il convolvolo!
il secchio del pozzo avviluppato
acqua in prestito

Matsuo Bashō 

u.jpg

 

Chiyojo: Una poetessa dimenticata, una donna il cui rapporto con la natura è caratterizzato da commovente empatia frutto di una formazione che ha unito buddismo e confucianesimo, classico e moderno. Sin da giovanissima cominciò a girare il Giappone lungo gli assi di viaggio dei grandi poeti del passato ed entrò in contatto con i più famosi della sua epoca, dai quali era molto apprezzata.
Le sue poesie del periodo della maturità sono segnate dal dolore per la morte del marito e del figlio, un dolore sommesso e nobilitato non solo dall’approccio alla vita tipicamente buddista che contraddistinse l’esistenza e la poetica di Chiyojo, ma anche da una sensibilità tutta femminile che si esprime in tutta la sua bellezza, e in tutta la sua forza, nella consapevolezza delle proprie capacità riproduttive. All’età di quarantacinque anni decide di diventare monaca e vivrà in convento fino alla fine dei suoi giorni. Da qui l’altro nome col quale è conosciuta: Chiyoni, dove ni vuol dire “suora”.

u.jpg

 

hirou mono mina ugoku nari shio higata

spiaggia alla bassa marea:
tutto ciò che prendo
è vivo

Chiyo-jo (1703-1775)

 

u.jpg

ikanobori kino no sora no aridokoro

l'aquilone
anche ieri nel cielo
al solito posto

 

u.jpg

 

Yosa Buson (1716-1783) 

tsurigane ni tomarite nemuru kochō kana

sulla grande campana
posata a dormire
ah! la farfalla

 

u.jpg

Taniguchi Buson nasce nel villaggio di Kema, nella provincia di Settsu (oggi Kema-chō, Miyakojima Ward nella città di Osaka). All'età di vent'anni, si trasferisce ad Edo (l'odierna Tokyo) per studiare poesia con l'anziano maestro Hayano Hajin. Alla morte di quest'ultimo, si trasferì nella provincia di Shimo-Usa (oggi Prefettura di Ibaraki e, seguendo le orme del suo idolo Bashō, si recò nei territori selvaggi nel nord dell'isola di Honshu, dove il celebre haijin era stato ispirato per la sua opera Oku no Hosomichi ("L'angusta via il profondo nord"). Gli appunti di questo viaggio sono pubblicati nel 1744, sotto il nome Buson.

Viaggiò poi per molte altre zone del Giappone, fra cui Tango (la parte settentrionale dell'odierna Prefettura di Kyoto) e Sanuki (l'odierna Prefettura di Kagawa, sull'isola Shikoku). Si stabilì a Kyōto ormai quaranteduenne, iniziando a firmarsi con il cognome Yosa, forse ispirato al nome del villaggio natale della madre.

Si sposò tre anni dopo, ed ebbe una figlia, di nome Kuno. Non si spostò più da Kyoto, dove rimase a scrivere ed a insegnare poesia presso al Sumiya. Nel 1770 assunse il titolo di Yahantei, lo pseudonimo che utilizzava il suo maestro Hayano. Morì all'età di 68 anni il 25 dicembre del 1784. La sua tomba è a Kyoto, al Konpuku-ji.

Opere
Le sue composizioni riprendono spunti tradizionali già dibattuti (la natura, le cose) introducendone anche di nuovi. Ogni poesia risente della sua personalità, che si immedesima totalmente nell'atmosfera evocata, ben altra cosa del distacco Zen di Bashō. Esperto dominatore dell'espressione lirica, Yosa Buson, risulta a tratti un po' manierato

 

 

 

Hatsu yuki no
soko no tatakeba
take no tsuki

Luna di Bambù
mentre accarezza il suolo
della prima neve

u.jpg
Tasogare ya
hagi ni itachi
no koudaji

Tempio di Koudaji;
una donnola in un cespuglio
trifoglio al crepuscolo

u.jpg

harukaze ni shiri wo fukaruru yaneya kana

vento di primavera
la veste dell'uomo che rassetta il tetto
tutta scompigliata

 

u.jpg

 

 Yo no naka ya / Cho no kurashi mo / Isogashiki
Oh, questo mondo / Anche la vita della farfalla / E' impegnata
u.jpg

mata hito ni kakenukarekeri aki no kure

ancora una volta
qualcuno mi oltrepassa -
sera d'autunno

Kobayashi Issa (1763-1828)

u.jpg

Kobayashi Yataro nasce nel villaggio di Kashiwabara (nella provincia di Shinano, oggi nella Prefettura di Nagano) da una famiglia di agricoltori. Resta orfano di madre a tre anni, e viene cresciuto dalla nonna (che lo lascerà quando lui ne avrà quattordici). Cinque anni dopo il padre si risposa, e due anni più tardi nasce il suo fratellastro. Spedito dopo la morte della nonna a guadagnarsi da vivere a Edo (l'odierna Tokyo), torna ventinovenne al suo villaggio natale. La sua attività in quegli anni risulta poco chiara: il suo nome fu collegato a Kobayashi Chikua, della scuola di haiku Nirokuan, ma non è chiara la correlazione. Negli anni successivi viaggiò per tutto il Giappone, scrivendo moltissimo. Nel 1801 entra in disputa con la matrigna per l'eredità del padre. Si sposa piuttosto anziano, nel 1826, con Yao. Il 5 gennaio del 1828 (secondo il calendario occidentale) un incendio distrugge la sua casa; Issa muore pochi mesi dopo, senza neppure avere il tempo di vedere la bambina che sua moglie porta in grembo.

 

 

kishamichi ni hikuku kari tobu tsukiyo kana

basso sopra i binari
il volo dell'anatra selvatica
notte di luna

 

u.jpg

keito nō jū shi go hon mo arinubeshi

creste di gallo
devono essere
quattordici o quindici passi

Masaoka Shiki (1867-1902)

 

u.jpg

Tsunenori nacque nella città di Matsuyama, nell'antica provincia Iyo (oggi Prefettura di Ehime) da un samurai di modeste capacità economiche, Tsunenao, e da Yae, figlia del maestro di scuola Ohara Kanzan. Rimasto orfano di padre a cinque anni, viene istruito dallo stesso Kanzan (un uomo severo e ligio alla tradizione) allo studio dei classici cinesi.Trasferitosi a Tokyo nel 1883 con l'intento di studiare filosofia o scienze politiche in previsione di una carriera politica, si iscrisse alla facoltà di letteratura giapponese, negli stessi anni di Natsume Sōseki e Akiyama Saneyuki. Affascinato dalla letteratura, lasciò comunque gli studi nel 1892 per un lavoro di giornalista nel quotidiano Nippon.

Tsunenori soffrì di tubercolosi per tutta la vita: nel 1889 scelse lo pseudonimo di Shiki perché la sua scrittura in kanji poteva venir letta anche come Hototogisu, cioè "cuculo", un uccello che secondo la tradizione giapponese canta finché tossisce sangue. La situazione peggiorò quando fu scelto come corrispondente di guerra durante la Prima guerra sino-giapponese. Tornato nel 1895, si trasferì a Matsuyama nella casa di Sōseki Natsume, realizzando di essere ormai malato terminale. Dal 1898 fu costretto a restare a letto. Scrisse continuamente, lasciando anche dei diari nel periodo 1901-1902 contenenti anche parecchie poesie. Morì a Tokyo il 19 Settembre 1902.

 

 

 

u.jpg

mienu me no hoo no megane no tama mo fuku

Pulisco la lente
degli occhiali - anche dalla parte
dell'occhio cieco

u.jpg

 Me o tojite / Mukashi no koi ni/ Atatamaru
Chiudendo gli occhi / in un antico amore / mi riscaldo
Hino Sojo (1901-1956)

u.jpg

 

Kioku o motazaru mono / shinsetsu to / tobu risu to
Cose che non lasciano ricordo / La neve fresca / E lo scoiattolo che salta
Kusatao nakamura (1901- )
u.jpg

Goroppon/ yorite shidaruru/ yanagi kana
In cinque o sei/ Piangendo / Ondeggiano i salici
Mukai Kyorai (1651-1704)
u.jpg

Semi no asa / Aizo wa kotogotoku / Ware ni kaeru
Mattino di cicale / amori e odi, tutti / Tornano a me
Ishida Hakyo (1913-1969) 

u.jpg

Natsu mahiru / Shi wa hangan ni / Hito o miru
Mezzodì di pieno estate / la morte con gli occhi socchiusi / guarda la gente
Iida Dakotsu (1885-1962)

u.jpg 

 

Shibu karo ka / Shiranedo kaki no / Hatsu chigiri
Allapperà o no / Questo cachi / Raccolto per primo
Chiyojo (1703-1775) 

u.jpg

iro awaki tsubaki bakari no asagasumi

Colori lievi
Solo camelie
Nella foschia mattutina

Mizuhara Shūōshi (1891-1981)

u.jpg

natsugusa ni kikansha no sharin kite tomaru

Le ruote della locomotiva
Si fermano
Nell'erba d'estate

Yamagushi Seishi (1901-1994)

 

u.jpg

 

Aki kaze ya / Ganchu no mono / Minna haiku
Vento d'autunno / Nei miei occhi / Tutto è haiku
Kyoshi Takahama (1874-1950)

 

 

 

Kiyoshi nasce nella città oggi conosciuta come Matsuyama (prefettura di Ehime) dall'ex-samurai Masatada Ikeuchi; il cognome Takahama viene da lui ereditato all'età di nove anni in quanto beneficiario dei lasciti della famiglia della nonna (la famiglia Takahama, appunto).Contro la volontà del padre, lascia la scuola nel 1894 e si reca a Tokyo per studiare la letteratura del periodo Edo. L'anno successivo si immatricola alla Tokyo Senmon Gakko (oggi conosciuta come università Waseda), ma la lascia in seguito per un lavoro come editore e critico letterario per la rivista Nihonjin.
In questo periodo inizia le sue sperimentazioni sugli haiku, specialmente utilizzando un numero irregolare di sillabe.
Nel 1897 prende moglie.
Nel 1910 si trasferisce a Kamakura, nel distretto di Kanagawa, per preservare la salute dei figli e la sua propria ispirazione. Vivrà qui fino alla morte.
La sua tomba si trova nel tempio di Jufuku-ji, a Kamakura.

u.jpg

di Ono no Komachi

"Tanka"

Spense la pioggia
il colore dei fiori
mentre io guardavo
vanamente passare
questa donna nel mondo.

u.jpg

hana no iro wa / utsuri ni keri na / itazura ni /

 waga mi yo ni furu /

 nagame seshi ma ni
Il colore dei fiori
è già svanito
mentre la mia vita scorre
in pensieri vuoti
guardo la pioggia cadere senza fine

u.jpg

Non si hanno notizie certe sui luoghi dove Ono no Komachi nacque e terminò la sua vita. Secondo la tradizione, era nata nella zona dell'attuale prefettura di Akita, nello Honshū settentrionale. Non si conosce con certezza nemmeno il suo rango. Può essere stata una concubina imperiale od una dama di corte al servizio di un imperatore, forse l'Imperatore Nimmyō (833-850).

I fatti accertati riguardanti la vita di Komachi sono assai pochi e nebulosi, mentre la sua poesia appassionata ha contribuito a far nascere numerose leggende. Una delle più diffuse riguarda una sua relazione con Fukakusa no Shosho, un funzionario di corte di rango elevato: si narra che Komachi gli avesse promesso di divenire sua amante, se egli l'avesse visitata consecutivamente per cento notti. Fukakusa no Shosho la visitò per novantanove notti come gli era stato chiesto, ma l'ultima sera non riuscì a raggiungere la casa dell'amata; in preda allo sconforto, cadde malato e morì di lì a poco. Quando Komachi apprese la notizia, fu gettata nella più cupa diperazione.

Ci è giunta inoltre testimonianza di uno scambio poetico epistolare con alcuni grandi poeti suoi contemporanei, tra cui Fun'ya no Yasuhide, Henjō (entambi annoverati tra i Rokkasen) ed Ōshikōchi no Mitsune.

Secondo la tradizione, finì i suoi giorni lontana dalla corte, in estrema povertà, un destino comune a numerose dame di corte dell'antico Giappone (non ultima, Sei Shōnagon autrice del Makura no sōshi) quando la loro signora

 

u.jpg

di Buson

Ho fatto del mio braccio un cuscino,
e amo il mio corpo,
nel vago chiarore lunare.

Anatre color mandarino
estinguono ogni bellezza:
bosco invernale.

Fiori di narciso:
una bella donna
ha mal di testa.

u.jpg

Yoru no ran / Ka ni kakurete ya / Hana shiroshi

L` orchidea, di notte -
nasconde nel profumo
lo splendore del fiore

u.jpg

 

Ashi yowa no / Watarite nigoru / Haru no mizu

Acqua di primavera -
leggero piede che passa
la intorbida.

 

dva4224.jpg

Y .Buson

 

 

Yosa Buson, il cui vero nome era Taniguchi Buson, nacque in un sobborgo di Ôsaka nel 1716. Rimasto orfano di entrambi i genitori, a 21 anni si recò ad Edo ( attuale Tôkyô ) per studiare pittura e poesia. Nel 1742 intraprese un lungo viaggio nelle regioni dell'est-nordest del Giappone. Nel 1751 si stabilì a Kyôto; nel 1760 si sposò e si hanno notizie di una felice vita matrimoniale. Buson fu un eccellente pittore e i suoi haiku riflettono la sua abilità descrittiva ed il suo occhio pittorico. Egli si ispira a Bashô, ma, a differenza del suo maestro, non è guidato da alcuna filosofia. Il suo stile è complesso e raffinato: ineguagliabili sono la bellezza linguistica e la sensibilità compositiva dei suoi versi. Buson morì nel 1783. 

 

u.jpg

 

di Issa Kobayashi
"Farfalle"

Quanto amore dimostrano le farfalle tra di loro!
Potessi io rinascere farfalla!

u.jpg
"Piccolo grillo"

Quando io morirò
sii tu il guardiano della mia tomba, piccolo grillo!

u.jpg
"Complicità della Luna"

Sulla montagna la Luna
indulge al ladro di fiori e lo illumina.

u.jpg

 

di Yamabe no Akahito

"Ammirazione"

Spezzarti, per portarti via,
sarebbe troppo doloroso,invero,
o fiore di ciliegio;
ma piuttosto sotto i tuoi petali rosa
starò ad ammirarti fino al tuo appassire.

 

 

Yamabe no Akahito
Man'yōshū (万葉集, Man'yōshū? - Raccolta di diecimila foglie) è la più antica collezione di poesie in giapponese giunta fino a noi. Fu compilata molto probabilmente intorno alla seconda metà dell'VIII secolo, durante il periodo Nara, e comprende circa 4500 componimenti (4200 tanka, 260 chōka (長歌, chōka?) e 60 sedōka (旋頭歌, sedōka?)) scritti tra la seconda metà del V e la metà dell'VIII secolo, anche se per la maggior parte dei poemi la data di composizione si deve collocare tra la seconda metà del VII e la prima metà dell'VIII.

Le poesie possono essere classificate, per argomento, in tre grandi categorie: zōka (miscellanee) che trattano di cerimonie, viaggi, banchetti e leggende; sōmonka (poesie d'amore), dove si parla dell'amore tra uomo e donna, e, in alcune anche dei sentimenti del poeta per i figli, o per fratelli e sorelle; e banka (elegie).

I circa cinquecento autori (di cui settanta sono donne) appartengono a tutti i ceti sociali: membri della famiglia imperiale, contadini, soldati, artigiani e monaci. Gli autori più famosi del Man'yōshū sono: Kakinomoto no Hitomaro, Yamabe no Akahito, Yamanoue no Okura, Ōtomo no Tabito e Ōtomo no Yakamochi. Tra le donne troviamo: la principessa Nukata, Ōtomo no Sakanoue no Iratsume, Kasa no Iratsume.

 

u.jpg

 

di Mutsuhito (imperatore giapponese)

"Pensando al campo di battaglia"

Ogni volta che mi sveglio durante la notte
subito un pensiero mi assilla:
che mai succederà laggiù
dove tanti guerrieri si battono per causa mia?

u.jpg 

Mutsuhito (imperatore giapponese
Ogni volta che mi sveglio durante la notte
subito un pensiero mi assilla :
che mai succederà laggiù
dove tanti guerrieri si battono per causa mia ?

u.jpg

 

di Chiyo Jo

Farfalle -
sul cammino d'una fanciulla
davanti e dietro di lei.

Pioggia primaverile -
proprio ora le cose
diventano splendide.

 

u.jpg

Mi ni shimu ya
Naki tsuma no kushi wo
Neya ni fumu.   

    Yosa Buson   
   u.jpg
Un brivido di freddo,
lì, sul pavimento della camera,
al toccare col piede
il pettine della mia povera cara.

u.jpg

 

chiossone_0.jpg

 

u.jpg

 

Caratteristiche formali dello haiku

La prima qualità che si nota (e che sconcerta) negli haiku è la brevità: 17 "misure" che coincidono, salvo qualche suono particolare del giapponese, con 17 sillabe nel nostro senso. Un solo discorso, un unico respiro di azione e di voce, con l'eventuale scansione che ora diremo. I tre versi delle traduzioni precedenti sono una 'invenzione' dell'Occidente, a partire dalle prime traduzioni di fine Ottocento, e sono ormai una scelta quasi fissa, ma non sono nelle composizioni originali. Ci sono due osservazioni: intanto nella poesia giapponese non esistono comunque, come diremo fra un momento, composizioni 'lunghe'. Non ci sono poemi, (e ricordiamo che la nostra linea culturale inizia invece con due grandi poemi, l'Iliade e l'Odissea), non ci sono poemetti (I Sepolcri (296 versi), o The Ryme of the Ancient Mariner (510 v), oppure, nel nostro secolo, Le Cimetière Marin (144 v) o The Waste Land (433 v)). Gli haiku si stagliano su uno sfondo in cui il tessuto formale della poesia è diverso. In secondo luogo si può ricordare che anche in Occidente, e limitandoci all'italiano, esistono composizioni brevi o brevissime: tutti ricordano M'illumino d'immenso (Ungaretti) o la terzina di Quasimodo, che potrebbe ricordare un haiku ed è invece agli antipodi come spirito e forma (pur trattandosi, naturalmente, di altissima poesia)

 

Ma sono eccezioni, e con un sapore e un carattere in qualche modo sperimentale: il nostro 'sonetto', ben più consolidato, consta di 14 versi, l'Infinito di Leopardi, (un 'idillio', cioè una 'poesia breve'), di 15 versi. La stabile brevità dell'haiku è unica. Il secondo elemento 'fisso' della composizione è estremamente criptico, e difficile a cogliersi anche quando viene segnalato. Si tratta di un 'termine stagionale' denominato kigo. Ogni haiku, salvo rare eccezioni, con scopi particolari, contiene una parola che allude, richiama, segnala una stagione: un fiore, un'erba, un fatto astronomico, una festa civile. Il codice di tale associazione è, di fatto, assolutamente naturale e interiorizzato per un giapponese, e invece risulta quasi sempre inesorabilmente opaco per un Occidentale. (negli haiku citati prima non è stato neppure segnalato, ma ciò corrisponde a perdere una 'dimensione' dell'haiku). Le stagioni sono quattro più un quinto periodo intorno all'Anno Nuovo: la rete di riferimenti è molto fine, intreccia elementi culturali ad una attentissima osservazione della natura, e discende comunque da una 'mente' che appare molto diversa dalla nostra nel suo rapporto con la realtà. Per poter comprendere pienamente un haiku, il problema non è soltanto l'interpretazione di questo codice, (che richiede comunque che l'informazione venga data esplicitamente, di solito in nota), ma anche quello, di capire il 'senso' di questa presenza una volta che sia individuata. Che funzione (umana, poetica) svolge il kigo? Durante la Seconda guerra mondiale degli haijin (poeti di haiku) di Kyoto scrissero haiku senza kigo. Ci fu un'immediata, tragica, repressione della polizia, perché era evidente (?) che questo trascurare la natura, cioè (?) l'Imperatore, era una critica alle istituzioni e alla loro politica. In definitiva la forza del kigo e la portata di questo elemento singolarissimo sono quasi impossibili a cogliersi per un Occidentale.

L'ultimo elemento dell'haiku da segnalare non è altrettanto vincolante quanto i precedenti, ma frequente. Si tratta di una parola di una o due sillabe (kireji, cioè parola che taglia), fra un ventina disponibili, che non ha alcuna connotazione semantica, ma indica una cesura, un'interruzione, una sospensione nel fluire sonoro e nel senso. Un segno di interpunzione parlato. I kireji (ya, kana, keri...: il primo compare nei due haiku iniziali di Bashō e in quello di Chiyo-jo) interrompono il ritmo e fanno indugiare sulla parte precedente con una lievissima sfumatura di stato d'animo, diversa a seconda dei vari kireji. Ma le nostre traduzioni in tre versi assorbono e complicano (arbitrariamente) questo aspetto, perché esso la stessa funzione viene ad essere demandata anche alla separazione dei versi stessi. Così lo ya dello haiku della rana, che isola 'il vecchio stagno', sarebbe reso in maniera eccessiva da un punto esclamativo (che talvolta si trova comunque, nelle traduzioni italiane), e la versione più corretta è una lineetta, più neutra. (Un punto esclamativo come resa di ya, compare nella versione dell'haiku di Chiyo-ni). Un kireji si può trovare, e non è infrequente, anche alla fine dell'haiku: segnala un mantenimento, un prolungamento dello stato d'animo espresso dalle ultime parole. Per noi Occidentali sorprende il fatto che delle scarne e preziose 17 sillabe della composizione, si sia disposti a sacrificarne anche due (dal nostro punto di vista) per segnalare non un senso, ma un ritmo. In termini materiali, le 17 sillabe devono significare, il più delle volte, anche un segno di interpunzione.

 

 

 

Genesi e storia dello haiku
Anche la storia di questa composizione segue un itinerario molto lontano rispetto alla tradizione occidentale, e intanto puntualizza un fatto sorprendente: lo haiku e la sua brevità, non sono l'esito storico di una sintesi estrema, ma di una elisione, una incompiutezza, il che sembra paradossale, dato che proprio la perfectio, l'essere ogni composizione in sé a conclusa, appare una caratteristica essenziale. Una brevissima rassegna della poesia giapponese in generale mette in luce due aspetti, uno dei quali già segnalato. La prima grande raccolta poetica il Manyōshu (VIII sec. d. C.) contiene poesie, anche molto più antiche, di varia lunghezza, ma sempre 'brevi', nel nostro senso: liriche, canzoni, non poemi o poesia epica. È già presente e si afferma maggiormente nel seguito, una forma di composizione denominata waka (poesia giapponese, in opposizione a quelle cinesi) o tanka (poesia breve) di 31 sillabe, ripartite in unità di 5-7-5-7-7 sillabe rispettivamente. Da allora la tanka, dominerà la cultura poetica del Giappone con una vitalità che dura ancora oggi. Il fatto non ha eguali nella nostra poesia, dove nessuna forma poetica arcaica, ad esempio il sonetto, è ancora 'viva' (il confronto caso mai potrebbe reggere con i tipo di verso, a cominciare dall'endecasillabo).

A partire dal Mille e dopo si sviluppò un singolare costume poetico: il renga ovvero poesia a catena collettiva. Un piccolo gruppo di 'poeti' eseguiva una composizione 'giustapponendo' a turno delle tanka, in un certo senso. La personalità più famosa del gruppo cominciava con una composizione di 5-7-5 sillabe, cui seguiva, da parte di una altro, un seguito di 7-7 sillabe e poi, alternativamente da altri ancora, 5-7-7 sillabe e 7-7, fino ad avere anche 100 stanze, ciascuna, con la misura di una tanka. Le 'aggiunzioni' seguono regole non di senso logico, ma di sensibilità, di analogia, il gioco dei richiami letterari della cultura dell'epoca e sono estremamente difficili da seguire per noi occidentali. Comunque un gioco di letterati e persone colte, non sempre di grandi poeti. Emerse subito l'importanza della composizione iniziale, la quale non era vincolata da elementi anteriori, e doveva essere abbastanza intensa da avviare il lungo seguito. Questo 'inizio' è l'antecedente immediato, formalmente, dell'haiku, ancora da venire e ancora privo di nome. Come spesso accade in creazioni che sono di letterati, più che di poeti, il renga fu gravato di regole formali che tendevano ad esaltare l'abilità dei partecipanti, a danno - evidentemente della tensione poetica. Un cambiamento fu l'haikai-no-renga, o renga di haikai, che indicò un renga libero (la parola haikai era già in uso riferita alla poesia, con questa connotazione, nonché un richiamo al comico). Questa forma era quindi libera dai vincoli formali imposti e più libera anche nel linguaggio e nel lessico, meno aulico. Alla metà del XVII secolo, ai tempi di Bashō, l'inizio dell'haikai-no-renga, hokku, aveva già acquisito una certa autonomia, come composizione a sé. Bashō completò questa individuazione soprattutto con la dignità e la profondità poetica degli hokku composti, da soli ormai e non necessariamente in vista di un renga. (In ogni caso egli continuò (e fu considerato un maestro) a perseguire per tutta la vita anche l'haikai-no renga). Lo hokku isolato non scomparve più, ma nonostante un folto gruppo di allievi di Bashō e alcuni grandi nomi nell'arco del '700 e della prima metà dell''800 (Yosa Buson, Kobayashi Issa) anche tale composizione rischiava la sterilità della ripetizione. Un grande poeta di fine '800, Masaoka Shiki, nella sua breve vita, rivitalizzò il genere, riproponendone con entusiasmo i caratteri, la novità e ampliandone il lessico. Tra l'altro Shiki propose, a suggello definitivo dell'autonomia della composizione, un nome specifico: haiku, da haikai hokku. Dopo la sua morte, ma siamo ormai agli inizi del '900, l'haiku continuò rigoglioso, con polemiche fra chi voleva mantenere uno stile più tradizionale, nel linguaggio e nei temi, e chi, perseguendo solo la fedeltà allo 'spirito' dello haiku, sostenne la necessità di un linguaggio e di tematiche moderne. Le due tendenze, come è naturale, sono ambedue rappresentate e vitali ancora oggi.

 

 

 

Il segreto dello haiku 2
Già Shiki aveva tradotto alcuni haiku in inglese, tra cui quello della rana di Bashō. Il fenomeno del fascino della composizione nell'Occidente, ebbe inizio, come ho già detto, subito dopo la riscoperta del Giappone nella seconda metà dell'800, preceduto solo, come interesse e come influenza sull'Occidente, da quello dell'arte figurativa giapponese (le stampe). Dall'inizio del secolo ventesimo e, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, la diffusione è andata crescendo. Esistono una American Haiku Society, un'analoga associazione inglese ecc., e c'è anche una Società Italiana Amici dello Haiku, peraltro non particolarmente attiva. I cultori non vogliono semplicemente leggere haiku giapponesi tradotti nella loro lingua o, da alcuni, direttamente in giapponese: l'ambizione è creare, scrivere 'haiku occidentali', un aggettivo e un termine, che, come segnalato, appaiono quasi antitetici.
Qual è il segreto di questo fascino, così diffuso e consolidato? O almeno, a parte le ambizioni creative, qual è semplicemente il motivo dell'attrazione, per noi, dello haiku 'originale', con la difficoltà di tanti strati di senso (il kigo, la suggestione pilotata dai kireji) che ci risultano quasi intangibili? Ovviamente non c'è una risposta unica e semplice. Per introdurre alcune suggestioni, riconsideriamo un nostro testo poetico, già citato, quello famoso di Quasimodo:

Ciascuno sta solo sul cuor della terra/ trafitto da un raggio di sole/ ed è subito sera.

Nessuna delle parole 'naturalistiche' che vi compaiono (cuore, terra, trafitto, raggio di sole, sera) si riferisce davvero alla propria denotazione: il cuore non è il cuore, il sole e la sera non sono quello che significano propriamente. Si tratta di un'unica, potente, catena di metafore che esprime la condizione umana. Ogni termine rinvia ad altro, trasferisce il suo senso e lo propaga in una associazione che diventa una scia di associazioni, un'onda di significati, di ampiezza quasi indefinita. Non solo, ovviamente, il raggio di sole non 'trafigge' in senso proprio, ma la parola veicola un'impressione dolorosa che può attingere remotamente addirittura alla Crocifissione. Questo è il nostro procedimento più usuale, qui particolarmente teso, di fare poesia,: un testo (o una sua parte, un verso) si sfoglia in una pluralità di onde di significato, si dilata in un dinamismo semantico che viene trasmesso ai lettori, rendendoli partecipi di questo processo e progresso indefinito. Anche un oggetto che è concreto (pensiamo alla 'siepe' dell'Infinito di Leopardi) diventa, se non metaforico, ugualmente solo il punto di partenza per percorsi non sensoriali (o sensoriali solo in parte). Di per sé, come 'oggetto' della realtà, quella siepe interessa così poco che non viene detto neppure di quale pianta sia costituita. È evidente che non esiste solo questo procedimento, ma esso è almeno estremamente naturale nella nostra poesia, e, di più, lo avvertiamo come essenziale.
L'haiku procede in modo opposto. Con poche eccezioni le parole non sono mai metaforiche, non sono simboli, non rinviano a nulla se non sé stesse, e quindi si prestano poco anche a una morale. L'haiku non propone idee, scopre semplicemente, ed anche questo in modo non occidentale: non si scopre una sostanza, ma un accadimento, non un'essenza, ma un'energia, un moto. La 'scena' presentata dall'haiku (questa sì, dinamica il più delle volte, ma non il suo senso), non vuole essere un veicolo immaginale o concettuale per partire in un viaggio indefinito: è semanticamente centripeta e non centrifuga e propone, e continua a riproporre, solo se stessa, diventando assoluta. Incidentalmente questo envoûtement, questa fascinazione, fa vedere che l'assoluto si può trovare ovunque, se si stabilisce il giusto rapporto con l'oggetto, ma, attenzione! questo è già un nostro commento. La rana di Bashō, il convolvolo o i piccoli esseri vivi che Chiyo-jo raccoglie sulla spiaggia alla bassa marea, addirittura un gesto, quello di pulire gli occhiali con un'abitudine non modificabile, si può forzarli tutti a simboli, traslati e metafore, ma si tratta appunto di forzature, e ciascuno è solo un atto, un fatto, un quantum compiuto di azione (e per questo isolato) che non si collega ad altri, ma rivela uno spazio in cui altri atti ancora possono ugualmente (e quietamente, e liberamente) risuonare. Si sa un evento, non lo si pensa, e quindi non lo si mette in movimento, né lo si analizza. Il collegamento con la cosa, e non con il pensiero è forse la ragione della normatività del kigo: una profonda conoscenza intuitiva della psicologia umana ha portato gli haijin a stabilire che la testimonianza puntuale, costante della natura, è la garanzia migliore della concretezza del reale e del suo non lasciarsi sopraffare dal pensiero..
Ovviamente sarebbe necessario analizzare più a fondo i mezzi 'formali' tramite i quali tutto questo si realizza: ad esempio la proposta, il più delle volte, sulla scena di un singolo haiku, di un elemento, poi di un altro e la scintilla del contatto. In questa atmosfera l'assenza del soggetto (quasi sempre) è una scelta ulteriore o ne consegue? Ma tutto questo va oltre una introduzione.

 

kamon.jpg 

 

 GLOSSARIO

aki Autunno

bakufu (Lett. "governo tenda"). Termine con il quale si indica il governo militare degli shgun.

bash Albero di banano. Pseudonimo assunto da Jinshiro Munefusa Matsuo, in quanto tale pianta cresceva nel giardino della sua abitazione. Matsuo Bash (1644-1694) è in assoluto il più celebrato autore di haikai.

bunjin (Lett. "uomo di lettere"). Con tale termine si indica una categoria di uomini colti, ammiratori della cultura cinese, ma con produzioni anche in giapponese. Si dedicavano alla letteratura alla pittura ed alla poesia. Non erano legati ad alcuna scuola o corrente e frequentavano circoli artistici molto esclusivi.

chka (Lett. "poesia lunga"). In giapponese, una composizione con metrica 5-7, 5-7, 5-7, ..., ..., 7-7 sillabe. I chka sono spesso accompagnati da hanka che ne compendiano il contenuto.
Nel Man'ysh vi sono circa 260 chka; il più lungo consta di 149 versi.

chnin (Lett. "uomo di città"). Strato sociale urbano – commerciale che si configurò a partire dal XVI secolo, sia nelle città che nelle città-castello alla diretta dipendenza di un daimy. Il termine chnin copre una vasta area di categorie: artigiani, commercianti, medici, negozianti, etc.

daimy (Lett. "grande nome"). Tale termine inizialmente designava solo un grande proprietario terriero. A partire dal XII secolo passò ad indicare il capo di una casata aristocratica militare, proprietario di vaste terre ed al comando di un esercito personale.

Edo L'attuale Tokyo. Fu la capitale politica del Giappone fino al 1867 (dinastia Tokugawa). Con la restaurazione Meiji del 1868, Edo cambiò nome in Tokyo.

fuyu -Inverno

haijin Compositore di haiku

haikai Forma poetica di 17 sillabe sullo schema 5-7-5 sorta nel periodo Tokugawa (1600-1867). Massimo esponente fu Matsuo Bash. Dall'evoluzione di tale forma poetica è nato lo haiku. Non vi è una netta distinzione fra haiku, haikai e hokku (Lett. "verso che inizia"), ed in genere oggi haiku li ingloba tutti.

haikairenga Renga umoristico. Evoluzione del renga.

haikaishi Compositore di haikai

haiku Forma poetica consistente in 17 sillabe con metrica 5-7-5. Deve contenere un kigo (riferimento ad una delle quattro stagioni). Derivato dallo haikai, si sviluppò nel periodo Tokugawa ed ebbe Matsuo Bash quale massimo esponente. Il termine haiku, nella moderna accezione di verso a sé stante, cioè autonomo e non più come parte iniziale di un componimento, è stato così definito da Masaoka Shiki, critico letterario, solo nel XIX secolo.

hanka (Lett. "poesia che ripete") Versi sul metro del tanka che compendiano o ripetono il tema nel chka.

haru Primavera

hokku (Lett. "verso che inizia"). Parte iniziale di un renga formata da 5-7-5 sillabe. Matsuo Bash separò questi tre versi iniziali dal resto della composizione dando vita ad un componimento a sé stante e ben definito.

kami no ku Emistichio superiore di un tanka (5-7-5 sillabe). Nel renga è chiamato hokku
 
Kant (Lett. " a est della barriera"). Regione che attualmente comprende le prefetture di Tokyo, Chiba, Saitama, etc. Anticamente si estendeva a oriente sino alla barriera di saka (saka sekisho), da non confondere con la città di saka. Tokugawa Ieyasu vi stabilì la sua capitale Edo, agli inizi del XVII secolo.

Kigin, Kitamura Kigin (1624-1705). Studioso di classici e poeta di waka e haiku del primo periodo Tokugawa. Scrisse commentari ai classici.

kigo Riferimento stagionale. Può indicare una pianta, un fiore, un astro, un animale, un evento atmosferico, una festività etc. Tutto ciò che permetta l'identificazione specifica di una stagione e quindi il collocamento temporale della composizione. In Giappone esiste lo Saijiki o "Antologia delle Quattro Stagioni", che raccoglie ogni tipo di kigo e la relativa descrizione.

kireji (Lett. "termine che taglia"). Parola-cesura che sospende il discorso poetico creando una pausa. Non esiste un corrispettivo nelle lingue occidentali. Può essere reso con un trattino od un altro segno di interpunzione ed ha la funzione di portare il lettore a trovare il collegamento tra le due parti del poema. Alcuni esempi di kireji sono: ya, kamo, kana.

ku Verso, stanza, emistichio. Può indicare sia un singolo verso che un gruppo di versi. Nel renga si indica con ku la parte che ogni poeta compone in successione.

Kyrai, Mukai Kyrai (1651-1704). Poeta di haikai e discepolo di Bash, del quale curò molte opere, tra cui la più famosa collezione della scuola "Sarumino".

Man'ysh "Raccolta di diecimila foglie" oppure "Raccolta di diecimila generazioni". La più antica collezione poetica in giapponese giunta sino a noi. E' un'antologia privata. Consta di 20 parti comprendenti 265 chka, 4.207 tanka, 62 Sedka. Si divide in tre categorie: miscellanea (zka), poesie d'amore (smka) ed elegie (banka). Le poesie che comprende datano dal '600 al '759.

Meiji (Lett. "governo illuminato"). Nome scelto dall'imperatore Mutsuhito al momento dell'ascesa al trono e che corrisponde ai suoi anni di regno Meiji ishin (1892-1912).

Meiji ishin "Restaurazione" o "Rinnovamento" Meiji, cioè movimento che portò nel 1867 alla caduta dello shgunato Tokugawa dopo 265 anni di governo ed al ripristino dell'autorità imperiale. In tale occasione Edo, assunse il nome di Tokyo e cioè "capitale orientale"

Minamoto Grande famiglia di origine imperiale, che si sviluppò nel Kant, protagonista assieme ai Fujiwara, Taira e Tachibana, della vita politica e culturale del paese nei secoli VII-XIV. Conosciuta anche come Genji ("famiglia di Minamoto"), dalla lettura sino-giapponese del nome. Tra il 1180 e il 1185 combatté contro i Taira per il predominio del paese e diede inizio al bakufu di Kamakura ed al periodo che prende il nome dalla località del suo quartier generale (Kamakura, 1185-1333).

natsu Estate

onji Segni grafici dell'alfabeto giapponese

renga (Lett. "Poesia a catena"). Genere che si sviluppò a partire dal XII secolo, in un primo tempo come passatempo e successivamente come arte. Più poeti (in genere tre – ma poteva anche verificarsi il caso di un unico autore) componevano a turno il kami no ku (o emistichio superiore, 5-7-5 sillabe), e lo (ved.) shimo no ku (o emistichio inferiore 7-7 sillabe), fino a formare un renga di cento ku.
Il più importante autore di renga fu Iio Sgi (1421-1502).

rizoku no h La via per sfuggire alla banalità.
 
sabi Termine non traducibile con un'unica parola. Concetto fondamentale per Bash, indica la bellezza della solitudine, della calma e del passato. E' il tempo che scorre. Il continuo mutamento. Può indicare abbandono o raffinatezza. Kyrai, lo definisce "il colore del verso". E' l'elemento che equilibra lo haiku, conferendogli quell'atmosfera quasi malinconica, mai né troppo cupa né troppo gioviale.

Saijiki "Antologia delle Quattro Stagioni" – Dizionario completo esistente in Giappone dei riferimenti stagionali o kigo che possono essere utilizzati per la stesura di uno haiku. Tale Antologia è vastissima ed è stata sempre aggiornata col passare del tempo, include innumerevoli voci, descrivendo ogni tipo di kigo molto dettagliatamente.

Saikaku, Ihara Saikaku (1642-1693). Poeta e scrittore chnin nato a saka. Il primo scrittore a trattare del mondo dei mercanti e della gente comune. E' famoso anche per il grande numero di versi che riuscì a comporre durante gare pubbliche: nel 1677 ne scrisse milleseicento in ventiquattro ore. Quei versi furono poi pubblicati con il titolo "Haikai yakazu" (Un grande numero di haikai). Nel 1680 riuscì a scriverne addirittura quattromila (yakazu, 1681)

samurai Termine che indica l'aristocrazia guerriera del Giappone premoderno, formatasi nelle province sin dal X secolo, e detentrice del potere effettivo dal tardo XII secolo sino alla Restaurazione Meiji nel 1868. Durante il periodo Tokugawa i samurai assunsero generalmente funzioni burocratico-amministrative.

satori "Illuminazione". Concetto base del Buddismo. Nella terminologia del Buddhismo-Zen, l'acquisizione di una nuova angolazione per addentrarsi e comprendere l'essenza delle cose, cioè, "l'illuminazione improvvisa" raggiunta tramite l'aiuto del maestro.

sedka Tipo di waka con metrica 5-7-7, 5-7-7. Si trova principalmente nel Man'ysh

shimo no ku Emistichio inferiore di un tanka (7-7 sillabe)

shgun Carica militare (talvolta resa con "generalissimo" dalla forma completa seiitaishgun = generalissimo inviato a sottomettere i barbari), che in origine era data ai capi militari inviati nelle province del Nord a sconfiggere le tribù ribelli degli Emishi. Quando Minamoto no Yoritomo nel 1185 vittorioso sui Taira stabilì il proprio governo militare (bakufu) a Kamakura, prese il titolo di shgun (1192) che divenne ereditario.
Lo shgunato di Kamakura durò fino al 1333. Dopo un periodo di disordini fu seguito dallo shgunato Ashikawa. Molto spesso la carica di shogun fu solo nominale ed il potere era nelle mani di un reggente (shikken). Il successivo e ultimo shogunato fu quello dei Tokugawa.
Potevano essere shgun solo gli appartenenti al ramo dei Seiwa-Genji della casata Minamoto.
 
Shhaku (1443-1573) Monaco e poeta di waka e renga partecipò a due famose sequenze di renga: "Minase sangin nanihito hyakuin" (Cento stanze di tre poeti a Minase), e "Yunoyama sangin hyakuin" (Cento stanze di tre poeti a Yunoyama), insieme a Sgi e Sch.

shryaku (Lett. "omissione"). Indica la tecnica del salto, sul piano grammaticale o logico, di termini altrimenti necessari in un linguaggio di prosa, al fine di stimolare fantasia e reazioni nel lettore.

Sch (1448-1532). Monaco e poeta di renga. Partecipò con Shhaku e Sgi alle due più famose sequenze di renga : "Minase sangin nanihito hyakuin" (Cento stanze di tre poeti a Minase), e "Yunoyama sangin hyakuin" (Cento stanze di tre poeti a Yunoyama).

Sgi, Iio Sgi (1421-1502). Di oscure origini divenne il più famoso autore di renga. Autore di testi critici e di antologie, è ricordato in modo particolare per tre famose sequenze di renga: due con Shhaku e Sch "Minase sangin nanihito hyakuin" (Cento stanze di tre poeti a Minase), e "Yunoyama sangin hyakuin" (Cento stanze di tre poeti a Yunoyama), nonché una sequenza personale: "Sgi dokugin nanihito hyakuin" (Cento stanze di Sgi soltanto).

tanka (Lett. "poesia corta"), E' formata da cinque versi con metrica 5-7-5-7-7, per un totale di 31 sillabe. Assieme al chka, genere principale della poesia giapponese waka. Dopo il Man'ysh, tanka e waka divennero sinonimi.

Tokugawa Casata di guerrieri del Kant. Il capostipite Ieyasu conquistò il potere nel 1600 e proclamato shgun nel 1603 diede inizio allo shgunato che durò fino alla restaurazione Meiji nel 1868. Dal 1603 al 1868 quindici Tokugawa si susseguirono al potere.

wabi E' un termine non traducibile con un'unica parola ed è uno dei concetti fondamentali del Buddismo-Zen. Indica una ricchezza spirituale opposta ad un atteggiamento materialistico, una fuga dall'appariscente, un'attitudine di quiete e di modestia, al fine di permettere all'anima di cogliere la più profonda e lineare bellezza delle cose semplici.

waka (Lett. "poesia giapponese"). In senso lato la poesia scritta in giapponese per differenziarla da quella in cinese; in senso stretto, tutta la produzione poetica giapponese precedente al renga e quindi al chka, sedka e tanka. Alla fine identificata con il tanka (con lo schema sillabico 5-7-5-7-7).

chiossone_0.jpg

u.jpg


 #

Direttrice AM

Adoro la poesia orientale

http://cercalibro.myblog.it/

 
 #

Devo trovare il tempo di leggermi anche tutte queste pagine

sono interessanti

Redattore AM

 

Libri suggeriti

Il Cercalibro, ebook e pdf gratis

Grammatica italiana

Doll e Dolls grafica free

Servizi

Nuovi utenti

  • ugo
  • Gigi.B
  • emmegy
  • stulfa.it
  • Pietro Santoro