Ha al suo attivo numerose pubblicazioni. Eccone un parziale elenco.
Opere pubblicate nell'ultimo quinquiennio:
Poesia: "La tenue armonia", Tullio Pironti editore; "Lunedì perduto", edizioni LietoColle.
Narrativa: "I due orologi", Manni editore; "Il malpotere", Oedipus editore; "Racconto napoletano", Oedipus editore.
Critica: "Idetica", Guida editore; "Pensare la poesia", Guida editore; "Carducci contemporaneo", Bonaccorso editore; "Antologia delle Poesia Italiana Contemporanea (1981-2001)", Tullio Pironti editore.
Da ricordare, inoltre, le seguenti opere pubblicate in precedenza.
Poesia: Corpor.azioni (1975); Ciclica (1979); Apocalisse, quattro (1980); Le resistenze (1983); Didimo (1983); Canto d'Erugo (1983); Suite (1984); Accensioni (1991); Rapimenti (1992); Il gioco degli errori (1994).
Prosa: Le voci leggere (1987); Verso Occidente (1987).
Critica: Teoria e analisi del linguaggio poetico (1984), Guida; La logica letteraria (1984); Teoria e tecnica dell'avanguardia (1984), Mursia.
Testi tratti da libro di poesia "Lunedì perduto".
E' lunedì ultimo giorno
E' lunedì ultimo giorno di luglio. La civetta
dalla notte annuncia il presagio.
Sorgono paesi e fiori da specchi vuoti,
accensioni, fremiti; di godimento è invasata
la mente, dolce fiorisce la luce che, se non rapita,
subito dilegua come improvviso lampo.
Ti vedo venire dal cancello che s'apre
come mosso da una volontà ignota:
tutto è libero avvento quando il sangue vibra
veloce più della luce, è ansia di conquistarti
perché sia la libidine concentrata sulla fronte
del fato. Forse ho sentito nelle fibre il brivido
dell'utopia, l'altrove da cui lo sguardo ci riverbera
di felicità ed è trepido incontrare
il ciglio dei monti, l'orizzonte,
la velocità del dio
con le unghie acute.
Con viso naturale venivi
Con viso naturale venivi nel vallo,
ora avvampi o sei più gelida?
Cado sotto le lunghe lingue di fuoco per essere
estrema polvere? Questo lunedì sorge placido,
carne dell'umanità è la cariatide dell'indifferenza.
E tu sei cieco, fato! Sembra che la girandola
vada rapida al vento- le piane e i colli
respirino l'aria del dolce mattino-
gli alberi punteggino la catena montana
brulla e nuda: filano i cento cavalli nella solarità,
e il raggio luccica nei tuoi occhi
lieti- così la felicità incomincia a decollare
aquila che dopo il pasto
con le ali tese rotea
nell'azzurro immoto.
E da quanto tempo
E da quanto tempo mi rimbombi nella testa!
Sanguina la tua anca che non so io rimarginare
né tu colmare con il crisma della volontà:
è stata mia colpa mutarti, imbellirti, farti volare
spirito tagliente sulle cime della bellezza!
Le parole che la mia voce ripete sono cadute
nelle secche forre o baccelli arsi infisse nella zolla
cretosa di sole. Di colpo una luce rossa,
spia ignota, annuncia necessita fermarsi.
Turbinii di vuoto stancano la mente- vertigini
annientano la ragione- è terribile frattura correre
verso il nulla, perdersi nella stasi?
Perché sei taciturna col volto immoto
larva nella notte bruna e
ciglio di tenebra mi sfiori?
Ti fisso viva e presente
Ti fisso viva e presente quantunque
non aderisci ai miei sensi intimi in questa
incognita sosta che qualcuno impone, ma chi decide
quando devo finire, quando la strada devia
o la tegola cade? Mai sapremo giustizia
dove immette e vige. Tu che pensi, Saria,
levità della vecchia Urhinine?
Seduta sul basso muretto all'ombra del fico
e dell'edera novella, con le gambe contratte,
leggi il libro rosso e io immagino che sei delusa
come me, e segui i desideri- sento che
i nostri sentieri divergono, dimmi,
ti supplico, anche tu
forse cerchi la verità?
Non è il sale
Non è il sale della vita mutare l'immutabile?
Ti culli nella purezza distratta e indifferente,
non ti importa nulla che azzittiscono
i cento cavalli invisibili. Sul muretto seduta
stai muta con lo sguardo perso nella vanità.
Mai nessuno ha riconosciuto la tua bellezza d'anima,
la profonda sensibilità verso il bello: godi il piacere
di dare voce agli spiriti che ti governano e ti sostiene
la luce che accende i tuoi recessi interiori-
avessi percorso a remo il ventre fiocamente illuminato
dell'antro come feci in altro tempo-
era la stagione delle energie possenti negli amori folli
ma più squassanti oggi che le fratture
intime sono rimbombanti- la sintesi è il nulla
e contemporaneamente l'istante
è il vitale dell'essere.
La calura arricciava i lembi
La calura arricciava i lembi, seccava le erbe,
bruciava i nostri sentieri
che non salivano dove le nostre carni
trepidando ambivano esaltarsi.
Nella secca del tempo, dietro il muretto, la divina
luce ti stringe in un blocco d'immobilità-
la pietra levigata da umano che ti ama
ti vuole senza violenza piena dolcezza
di comprensione- adoro il tuo corpo ferito,
le tue ascelle odorose di sudore, le umide anche.
Perché cado nelle fauci del tempo?
Sola soletta ancora siedi all'ombra tra l'edera
e il fico mentre la luce lotta con i rifiuti
e i sassi torridi. Nella mia mente abiti
perenne ora che ti allontani
dal mio desiderio per sempre.
Alcune note critiche sulle sue opere.
"Lunedì perduto". Edizioni Lietocolle, 2008.
Introduzione di Ugo Piscopo
Tensioni e sinapsi semantiche
Una vicenda esplosivamente magmatica quella di Ciro Vitello, a iniziare da Corporazioni (1974) e ancora da prima. Comunque, è con gli anni settanta del secolo scorso, (bisogna ricordare, insieme con Corporazioni, la raccolta ancora più implacabilmente modernista, ovvero militantemente moderna, Ciclica del 1979), che la sua scommessa totale al tavolo della sperimetanzione lo impegna ad affrontare ogni prova come nuova in una contattazione cortocircuitante di lavorazione del materiale espressivo e significante con le vibrazioni e le trepidazioni esistenziali. Una scelta, la sua, di verifica in presa diretta dell'esperimento sul sé, come oggetto disaureolato e in derelizione, per usare un termine di Franco Cordelli, e pertanto votato allo scacco e all'avvilimento del degrado, ma per una discesa consapevole di accertamento e di rappresentazione di un destino (anche da meridionale) senza scampo di dolore e pertanto di eroico agonismo.
Già da qualche anno, però, la tensione a vivere la parola e a parlare l'esistenza simultaneamente sui sentieri della letteratura, e in particolare della poesia, si è venuta declinando in forme, non diciamo più pacificate, ma decisamente più pausate, come a cogliere sospensioni e intrecci semantici e simbolici con cui l'intelligenza del vivere e del fare letterario è chiamata a confrontarsi per cogliere, o almeno segnalare, gli incontri con le probabilità di senso. Tale svolta è stata già indicata da Sergio Pautasso in margine a Origini d'amore (2001), dove è apparso che l'accresciuto e maggiormente vigilato controllo della precedente "oltranza" sperimentale si apre a orizzonti di serene interlocuzioni di amore con la vita.
Questa nuova raccolta, Lunedì perduto, ribadisce e rafforza il processo di intensificazione di senso e di simboli della parola, nel riscontrarsi sì, certamente come prima, in una condizione di articolazione e di epifania per sillabe, ma insieme nel calarsi in interazioni e in allacciamenti di rapporti con altri suoni, accenti, grumi di figure e di immagini, che allungano richiami e attendono richiami alla loro volta. In breve, centrale è il gioco delle reciproche sollecitazioni a fare tessuto, mentre prima la parola era interrogata prevalentemente come materiale utile in relazione al gradiente pirico o alla amalgamabilità del glutine o alle proprietà eruttive o sedimentarie a fare roccia.
La parola, adesso, si dispone più docile, anche se non pienamente infrenata, a tessere dialogo, a collaborare in umiltà di servizio al lavoro di squadra, a sottomettersi a un lavoro di suggerimenti e di suggestioni di estasi e di drammi più profondi, più impalpabili, che intanto si lasciano intravedere come in filigrana e per rinvii di secondo grado.
Già nel titolo, Lunedì perduto, si ammette assonanza con situazioni proverbiali squisitamente letterarie, come con i titoli di Eliot che aprono su paesaggi di disincanto e di desolazione, quale The Waste Land e Ash-Wednesday, che accennano già in limine a un discorso fondato sulla resa di conti con i disastri della frammentazione, - frammentazione, però, che viene rovesciata, per effetto di autenticità di impatto e di accettazione, in principio di decodifica narratologica e quindi subito di stilema di orientamento e di organizzazione. Significativo è il verso apposto, quasi da cartiglio, alla propria poetica da Eliot a conclusione di The Waste Land: "These fragments I have shored against my ruins".
Il riconoscersi e il ritrovarsi entro il vasto alveo della letteratura, tuttavia, non induce in Vitiello né pensieri di classicità e di tradizione, come in Eliot o in Bontempelli, né esercizi bellettristici, né tanto meno, a fronte delle pratiche vulgate ai nostri giorni di soste compiaciute su cahiers de doléance, concessioni al minimalismo e al poverismo litaniante. Anzi, piuttosto, il senso oggi più stringente in lui della letteratura lo rende più esigente di economia di linguaggio e insieme più scaltro nel cercare attivazioni di polisemia entro spazi e con materiali più circoscritti e prosciugati.
Come in tanti approdi di questa silloge, come, ad esempio nella seconda e ultima strofa di Io ti avevo sognato, dove il liquido urgere dell'immaginazione fa stazione in una rappresentazione di aspra eleganza di ricordi che hanno la funzione di supportare di interpretazione le esperienze della vita e, nello stesso tempo, di incontri con figure simboliche che si accampano familiari ormai sul nostro orizzonte, senza più dare effetti inquietanti come una volta: "Noi siamo, diceva l'uomo che parlava latino, / letteralmente polvere – o risultanza di lunghi evi / di morte – e di mutazioni – mentre con le mani - / la mente era altrove – modulava / la cosa nella direzione / della vittoria, sul caso...".
E questa nuova maniera di chiudere nell'essenzialità della lingua il molto e continuamente aperto dell'espressione rivendica moduli e cifre altrettanto nuovi rispetto alla precedente produzione poetica, quale il fraseggiare gnomico in fondo alle singole composizioni, consegnato a una sillabazione scolpita e incisa su tavole di marmo pario, come in Ti sei ritratta sospettosa ("L'assenza / è negazione del tempo, lacera le ore / l'orologio invisibile..."), o in Ho trovato il tuo braccialetto ("L'assenza non feconda domande..."), o in Diffido del finto ("al fondo dell'inesausta pazzia / inviolata è la grazia").
O quale l'intrattenimento dialogico con interlocutrici (prevalentemente, nell'irriducibile sensualità dell'immaginazione maschile) o con misteriosi, comunque non ancora identificati personaggi, che prima o poi saranno fatalmente di passaggio da queste parti e si fermeranno a leggere il messaggio inciso sulla lapide, come nella deliziosa lirica E l'ho veduta ("E l'ho veduta – non so se vera o falsa - / in carne e ossa – seduta di fronte a me - / con occhi cangianti, ora celeste marino, ora castano chiaro - / al caffè letterario- silente ascoltare / la parola [...]).
Così, in questa raccolta, la poesia si ridesta e si ridefinisce come linea di avventura e di prospezione sui paesaggi della parola continuamente nuovi e intrigantemente induttivi a incontri imprevisti con nodi antropologici e assemblaggi di figure in cui il mistero si presentifica, ma per marcare puntualmente l'inafferrabilità del suo segreto.
"Lunedì perduto". Edizioni Lietocolle, 2008.
Nota critica di Antonio Spagnuolo
Luoghi, pensieri, immagini, fantasie, figure, colorazioni: un fantasmagorico vortice imprigionato nella finestra aperta sul quotidiano, per dire e raccontare se stesso, nella puntuale evanescenza del tempo.
Ancora una volta Vitiello coinvolge il lettore con la sua personale esperienza di scrittura: una lavorazione certosina che scava nella parola per offrire la rappresentazione del materiale espressivo in una totale oggettivazione testuale, che evidenzi i puntuali rilievi linguistici e le suggestive varianti che formano la struttura poetica. Egli saggia sapientemente certi gradienti che commisurano il movimento del testo alla ipotesi di lettura, per un attraversamento del reale fenomenico, che sia capace di trasformare la propria "debolezza" in "forza premurosa".
L'originalità dei suoi percorsi si è manifestata e si manifesta di volta in volta nei ricchissimi spunti proposti, sorta di continuo "lavori in corso", che converge con luminosità nelle numerose metafore intrecciate al ritmo.
"Questa nuova raccolta – scrive Ugo Piscopo nella prefazione – ribadisce e rafforza il processo di intensificazione di senso e di simboli della parola, nel riscontrarsi sì, certamente come prima, in una condizione di articolazione e di epifania per sillabe, ma insieme nel calarsi in interazioni e in allacciamenti di rapporti con altri suoni, accenti, grumi di figure e di immagini, che allungano richiami e attendono richiami alla loro volta."
"Arcana è l'avidità che rinverdisce la visione,/ chi volge al cielo il viso/ con le palpebre cucite e vede l'origine,/ il fuoco, la dilatazione delle frontiere?/ Indeclinabile - fuggi tra le erbe, odorose/ al volo della falce- io porterò/ ai tempi a venire la vastità/ di questa passione-/ tu perchè irrigidita/ insisti a rifiutarmi?" (pag. 73).
Una disillusa ironia riesce a sdrammatizzare quel fondo tragico che ci circonda nella polverizzazione del vissuto, e nella ansiosa bramosia di riaccendere il fascino del possibile e del temerario. Le onde del sospiro indagano i ritmi del cuore per carpire quanto di evanescente svicola tra le percezioni della recita umana. Una poesia che si modella in forma di chiave per interpretare la realtà nelle sue imprevedibili sfaccettature.
"...la vista di tutte le bellezze della/ insondabile giovinezza...salgo la strada abbacinato/ dalla luce, la flora perdona il mio sbando/ nella china dissolvente... l'albero/ che lasciai non c'è più." (pag. 57).
L'urgenza della rappresentazione coinvolge figure simboliche che sistemano deliziosamente quei passaggi incisivi, celatamente sensuali e misteriosamente occultati dal verso lungo, che concede ampi respiri, per registro e per una sorta di catarsi esorcizzante.
Non a caso questa raccolta si suddivide in cinque sottotitoli : "Da quale distanza", "Eros", "Futuro anteriore", "Lunedì perduto", "Rivoltando", per i quali i mutamenti, originati dalla solitudine, dalla introspezione, dalla emotività, dalla invocazione, dalla perdita, dal ritrovamento, e perché no dal notevole bagaglio culturale che contraddistingue l'autore, arricchiscono concretamente la pagina, distinta e validamente individuabile.
"Lunedì perduto". Edizioni Lietocolle, 2008.
Nota critica di Alberto Cappi
Un dire che cammina tra il passato e il nuovo, tra memoria e scommessa, tra metafora e immagine del reale, con felice misura: "Preso nella rete verticale/ della dimenticanza,/ reincarno tutti i miei gesti". LietoColle ed. ospita Lunedì perduto di Ciro Vitiello tallonato dalla nota di Ugo Piscopo.
L'intellettuale vesuviano, già direttore di rivista e curatore di collana, è affermato saggista e antologista. La scrittura di Vitiello è intesa alla figurazione dei destini dell'io nel mondo.
Conscio del potere simbolico e della proiezione verso il senso, il segno entra vivido in contatto con la coralità delle lettere e ne intona il parlare. La testualità è tessuta da fibre verbali suggestive e capaci di trasformarei significati, da tessuti orali di ricco colore ed eco. Seguire Vitiello è anche, alla fine, una produttiva pratica di ascolto letterario: ""Questo lunedì sorge placido, la carne/ dell'umanità è a brandelli".
Articolo pubblicato da Alberto Cappi su "La voce di Mantova" del 12 giugno 2008.
"I due orologi". Edizioni Manni, 2003.
Nota critica di Antonio Spagnuolo
Se alla fantasia del lettore è affidato il compito di ri/scrivere le pagine di un romanzo, ri/costruendo fatti e brandelli di vita, inseguendo i personaggi attraverso frammenti di fisicità descrittiva, ecco che Ciro Vitiello ha in pieno centrato una (potrei dire) nuova realizzazione della scrittura.
La magia della pagina bianca attanaglia l'autore e lo spinge verso quel racconto che sarà continuamente in fieri, pagina dopo pagina, in un percorso quasi allucinante tra passato, presente e futuro, che molto spesso armonizza il reale con l'immaginario, per proporre la presenza/assenza di un filo unico conduttore e coagulante.
Il testo completo della recensione scritta da Antonio Spagnuolo.
"Antologia della poesia italiana contemporanea - 1980-2001". Tullio Pironti editore, 2004.
Nota critica di Giulio Ferroni
"Ciro Vitiello ha il merito di prendere atto dell'impossibilità delle mappe: non ci dà un'antologia-mappa né un'antologia di gruppo, né pretende di fornire un impossibile quadro esaustivo, un catasto critico del fare poetico contemporaneo. Rispetto alle diverse scelte che i poeti italiani delle diverse generazioni hanno fatto nel corso di un ventennio racchiuso tra le due date del 1980 e del 2001, si preoccupa di mettere in luce l'individualità delle risposte, dei dati storici, esistenziali, linguistici: e all'individualità delle esperienze fa corrispondere l'individualità della lettura, l'impegno a seguire i singoli poeti nella loro specificità e a far proprie ogni volta la loro presenza e la loro parola."
"Accensioni". AGE - Alfredo Guida Editore, 1991.
Nota critica di Romano Luperini
L'attimo e il flusso indistinto
A proposito di Accensioni, Gramigna ebbe a osservare tempo fa il carattere paratattico del procedere poetico di Vitiello; la virgola collega e divide una serie di brevi periodi che s'inseguono di strofa in strofa con scarse cesure, giustapposti senza gerarchia. La strofa stessa non coincide quasi mai con una struttura sintattica, a conferma che il respiro metrico procede su una lunghezza d'onda diversa da quello sintattico. In questa colata magmatica ci sono un ordine interno offerto dal ritmo metrico e dalla ripetizione degli stessi artifici (rima al mezzo molto ravvicinata, per esempio) e uno esterno segnato dalla strofa; ma sono appena increspature.
Mi chiedo se questo procedimento non abbia esso stesso un valore semantico, non corrisponda, voglio dire, a un bisogno di essere immerso nel flusso-caos di una vita molto meridionalmente e classicamente sentita come sovrabbondanza di immagini e di sensazioni vitali. Il recupero del mondo classico, di espressioni che conservano l'eco dei greci e dei latini, non è omaggio esteriore a una retorica, ma espressione di un modo di sentire e di vivere in cui il classico e il meridionale si fondono, di una maniera colorata e immaginosa di essere immersi in una natura fatta di luci, di mare e di vento in cui ritorna la grande lezione del Leopardi (giacché per Leopardi, appunto, classico e naturale coincidono). Lo sperimentalismo abbandona la via delle avanguardie (che pure Vitiello ha battuto in passato) per cercare un compromesso nuovo fra passato e presente, fra mondo classico e inquietudine moderna. Si sente l'eco qui non solo degli antichi (Pindaro, Omero, i tragici greci) e di Leopardi, ma di chi in qualche modo se ne è fatto erede (e dunque anche, per esempio, di Carducci e di D'Annunzio, magari filtrati attraverso il modernissimo Campana). Gli echi anche fonici (come citazioni restate a metà) della poesia del passato si ripercuotono senza urti entro le strutture poematiche dell'oggi, arricchendole di sensi multipli e complessi.
L'aspirazione al flusso indistinto corrisponde a un desiderio frustrato di asocialità e di astoricità. Si legga, in questa prospettiva, il testo segnato col segno X nella serie "Harmattan", dove il desiderio di essere solo sulla terra è motivato così: "non vedrei la storia che protende e ci tormenta". Ma la storia è ineludibile, e il fungo di Hiroshima si accampa, a partire dal titolo del libro, a negare qualsiasi possibilità di idillio classico. Si veda il testo XXIII della stessa serie, in cui la comparsa di un trattore prelude a quella di un aeroplano che spolvera sui meli i "pesticidi" mentre "l'ossido di carbonio" impedisce la fioritura e l'acqua "non è potabile": qui i termini tecnici e prosastici della modernità si alternano senza stridere a quelli letterari della tradizione. Non si avverte la contraddizione perché la sperimentazione di Vitiello consegue l'effetto di una fluidità sostanziale che mescola senza scosse o traumi registri linguistici diversi.
Questo sussulto civile nasce probabilmente dalla coscienza moderna dell'impossibilità di vivere oggi innocentemente il flusso-caos della vita. La "creatura di luce" che appare come una chimera nel primo testo del libro si accampa su un presente in cui "totale è la cecità/della mente, e solo si gode/la velocità del guadagno". Accanto a questa ragione - che potremmo chiamare di protesta storica o etica - se ne percepisce un'altra di natura invece sostanziale e autobiografica, collegata all'insorgenza vitale dell'eros da un lato, al tema della vecchiaia e della morte dall'altra. Basta il passaggio di una fanciulla: "le vene prendono fuoco/un mucchio di foglie secche va in polvere", e lei, prima di vanire nell'aria, "si volta a sorride/al mio guscio". Qui l'attimo, e lo scoramento di morte che porta con sé, si prende la rivincita sulla durata del flusso, lo interrompe, lo lacera. D'altronde il flusso può essere anche continuità senza sussulti e allora ecco che Vitiello può temerlo come accidia, noia, e contrapporgli il gusto della sfida, l'istante di vitalità ("Voglio la sfida/vedere il fondo/ardere al fuoco/odio la noia il ripetibile l'uguale/...essere nel pieno dell'ebbrezza/anche impazzire essere liberato/da questa accidia corrosiva/voglio essere pronto a ogni comando/ad amare, a dileggiare"): "voglio la donna non l'ombra/ della donna non la felicità ma l'istante/ della felicità non la conoscenza ma/ l'incoscienza l'intatto l'interdetto".
Possiamo tornare arricchiti, e mutati, alla nostra constatazione iniziale. In realtà, nella poesia di Vitiello, l'attimo e il flusso si fronteggiano senza fine. L'interruzione della strofa, lacerando il tessuto sintattico fondato sulla giustapposizione non gerarchica, non è solo bisogno d'ordine; ha un valore semantico: è una ferita della continuità, l'insorgenza di un desiderio vitale e di una rabbia politica, la spia di una modernità che il sogno di un idillio classico tenta ma non può appagare.
Alcuni dei siti che contengono una rassegna delle opere di Ciro Vitiello acquistabili on line.
La "vetrina" su Ibs, Internet Bookshop.
La "vetrina" su Libreria Universitaria .it.
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Ho letto queste poesie postate con grande interesse .......e ne sono felice per la delicatezza di alcune sfumature esistenziali in cui l'autore si sofferma . Piaciute molto.....
Un altro grande che ci onora della sua presenza
e ci permette di venire a conoscenza delle sue opere