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Sono nuvole ammassate
sopra i campi all'agitar
di piante fruscianti
tra lampi.
Sono uomini piccoli
che parlano contraddicendosi
sotto il sole sorridente.
Sono quel riflesso di acque
cangianti che languenti
si addensano da lontano
mentre l'aria viaggia
e tutto si fa buio.
Sono gli anni che passano
piano, piano, chiudi gli occhi
e per un attimo togli l'audio
e lo vedi ogni giorno che passa
si riapre con totale assenza di pudore,
stupido, feroce, incredibile, fenomenale,
dentro, fuori, sopra, sotto
esplodendo come voce nel vento.
Non ho mai saputo neppure
perchè tra i tanti bagliori
di situazioni impreviste
ciniche e crudeli in mutar
di comparse del tuo intelletto
mi accecasti con sotterranee
evoluzioni offrendomi
d'un enciclopedico tuo scrivere
versi di un non v'è sole
che non sia lumiere.
dedicata a kinglear
Mi piaci…
Come? non te l’ho detto mai?
Oh sì, mi piaci per come sei.
Non ti cambierei con un altro,
proprio no, bello mio;
senza maschere, a faccia nuda
esposto al riso
e all’insulto allo stesso modo
ti porti avanti e dritto vai.
Un romantico pirata
all’arrembaggio, ecco chi sei.
Mi piaci
perché se in volto scuro sei
non dici che hai sbattuto la faccia
e poi taci;
no, tu no, tu spari alto
finché non tremano pure i santi;
mi piaci così,
anche per quel poco che sottaci
nel languore d’una rosa in dono
- d’una poesia scritta su due piedi -;
tu sempre uguale a te stesso
mai uso agli inganni
o a bassi stratagemmi.
Tu caparbio dolce innocente
e saccente anche.
Sotto la luce dell’edace tramonto
sulla parete della cara montagna
incisi le nostre iniziali col fuoco
della gioventù – che ogni cosa sa
tranne di sé
Noi, noi sempre adolescenti
L’amore crebbe
giocando in groppa ai cavalli
e alle ombre che al crepuscolo
s’impennavano allungandosi
con aria quasi minacciosa;
ma nelle sere di quelle estati
sì calde, madide d’innocenza,
in quelle sere
dei primi vergognosi baci
i vecchi davano la stura
a chiacchiere e crepitii
davanti ai fuochi accesi
contro il rigor lungo la schiena
per vecchiaia o paura dell’Ignoto
E infine insieme torno torno
tutti si mangiava il pesce
appena pescato e subito cotto

Di questa notte tzigana
.- complice Diana
atta a sfidar del Firmamento
la furia e il lucore per intero -
sul far del dì noi diremo,
con nostalgia rappresa
fra denti lingue unghie,
che sì amore fu consumato
tutto in eterna caccia,
scalciando le lenzuola
ma tenendo ben salde
le dita intrecciate a ritmo
di non arresi pelvici movimenti.
Da un po’ ha smesso di venir giù
la pioggia, e la sera già si sta spiegando
col suo impenetrabile sudario;
nei cortili s’adagiano le ombre furtive,
nascondono tombini, rivi d’acqua,
canali di scolo e ogn’altra cosa.
La città un labirinto di auto,
e io parcheggiata in stazione
aspetto in quiete inquieta
il treno.
Mi torna in mente l’età lieta
di quand’eravamo poco più
che bambini;
tu per andare da tua nonna
passavi in bici davanti alla rete
del mio giardino ch’era
quasi un tutt’uno
con quello di edere e di ortiche
in stazione, però mai curato
da alcuno.



Sedussi la voce
la resi docile, gestibile.
il fiato divenne parola
e il silenzio sospiro.
I tuoi occhi addosso,
sulla pelle fredda
del mio corpo di ragazza.
Sedussi te
perdendomi ai confini dell’immenso
ti assoggettai al mio bisogno.
Il tuo corpo divenne spada
il mio corpo scudo.
Tra le tue braccia avrei voluto morire
mentre mi tenevi stretta
con occhi di brama
Vinsi così la mia battaglia
rubandoti il cuore