La poesia della settimana
La poesia di Raffaella Ruju sta tutta nel finale, nel senso che da esso occorre partire per apprezzare appieno i versi. Ovviamente, in quasi tutti i testi la chiusa rappresenta la fase riassuntiva ed esplicativa di un processo creativo. Ma, nel caso di "ho fatto affacciare il sole", essa è fondamentale.
L'autrice conferisce alle sue parole l'andamento e la forma di un racconto infantile, cioè quello di una bambina di 4 anni. La tecnica per riuscire nell'intento è meditata e fa cardine innanzitutto nella elencazione, tipica dei piccoli: "La prima volta", "la seconda volta", "aggiunsi", "poi feci". Non a caso, con attenzione e sensibilità, il testo inizia con il riferimento ai tetti ed alle case, sempre presenti nei disegni dei bimbi.
Nella prima quartina, però, si rinvengono iniziali cenni di riflessione, le tracce di una descrizione che è tale solo all'apparenza e che discosta il velo sul passato della poetessa: "ed era più grande della casa". La figura della madre campeggia imponente, è centrale; quella del padre compare dopo.
Nei successivi quattro versi, ecco di nuovo un indizio, leggero, garbato, offerto solo ai lettori più attenti: "ero troppo piccola / e troppo grande per starci tutta". La bambina è consapevole della sua "dimensione sociale" ridotta e forse ne soffre, ma sa anche che il suo mondo, le sue sensazioni, ciò che l'anima dentro, è grande, così grande da superare i limiti del disegno e della sua capacità di rappresentarsi quando aveva pochi anni. E' come se un'ombra levitasse sul racconto.
Molto bello il verso "e poi mi accorsi di aver dimenticato il mare", che ha il tratto svagato di una bambina persa dietro alle sue fantasie ed il significato che solo un adulto può instillare e capire: il mare mancava, con i suoi spazi infiniti, con il suo colore azzurro, con la sua aura di mistero e di sogno oltre ogni confine. "e non sapevo come fare l'onda": di nuovo, l'autrice svela un indizio che forse sottintende l'incapacità di fuga, un modo monco di fantasie, una sofferenza tradotta in privazione (l'onda che manca).
Nel finale, esattamente come una bambina che non parla ma che sente con forza bisogni ed urgenze, una pennellata di blu richiude la porta precedentemente socchiusa, appone un segno risolutore ai troppi pensieri. Può apparire strano attribuire tanti significati ad un solo verso, ma la percezione netta è che la fedele riproduzione del mondo infantile si compia proprio alla fine: l'ingenua convinzione di poter cancellare tutto con un tocco di colore fa parte dell'infanzia; quel blu trasmette la tenerezza e la nostalgia di ciò che forse non si è avuto, rappresenta la coltre posata su ricordi malinconici, è come un catenaccio serrato sulla voglia di comunicare un passato mai archiviato come quello dei sogni più belli.
A cura della Redazione
La poesia della settimana
Di particolare attenzione e capacità espressiva si rivestono i versi di Cristina che, nella sua originalità di linguaggio, riesce a trasmettere emozioni d'alto livello. Significativa per la pregevole sintesi di cui si avvolge ogni pensiero e per l'eleganza formale che traspare da ogni verso, "Inverno" è una poesia dal taglio dialettico molto efficace e di un'eleganza che sorprende.
Poesia di non di facile interpretazione, ma che lascia nel lettore sapore d'incanto per le immagini forti, quanto nostalgiche.
Già dai primi versi, dove con pennellate intinte in un velato dolore scrive: "L'inverno gli gesticola negli occhi/come bianco fantasma". Qui si denota un certo distacco procurato da un allontanamento, amoroso forse, che lascia una grande amarezza nel cuore. Un lutto, così come lo descrive l'autrice, una sorta di aria informe da cui è avvolta, dove ella stessa ripone il suo sospiro in quella che non è altro che un'aria satura e senza ombra di respiro. Un'atmosfera lugubre, quindi, che non lascia spazio neppure ad una lacrima di piangere, senza dover sentire intorno un gelido freddo che la opprime. Un freddo che non ha pietà e che muore nel silenzio di ombre calpestate dalla speranza che niente possa essere di conforto, così come ci confessa nel dire che "il silenzio incombe/uccide/ con le sue lucide ombre". Un silenzio che attanaglia, che non ha forma e che non preclude ad una via di uscita. Ed immersa in questa atrofizzante momento ecco che "l'ordine ritorna sempre nel silenzio", in quel nulla dove si continua a respirare un'aria rarefatta e dove quell'incedere nella mente di "parole, parole, parole" diventano ossessione in un cuore che oramai "è quasi pietra".
Un lirica spiccatamente ermetica, che vede la condizione di un'anima sospesa fra due mondi, fra paura ed impazienza nell'affrontare la vita. Un cuore al quale basterebbe ridare in mano le redini giuste, perché si diradi la deludente condizione in cui sembra essere caduto, e che le immagini angoscianti in essa racchiuse sono la prova evidente di tanta inquietudine. Soprattutto nella strofa finale che, più di un'amara considerazione, suona come una lapidaria condanna verso se stessa, dove il lettore non può fare a meno di sentirsi coinvolto.
A cura di Rita Minniti
La poesia della settimana
E’ quando veniamo a trovarci davanti a versi così belli che sentiamo il bisogno di chiederci cos’è veramente la poesia. Qual è veramente l’intensità espressiva di un’anima; quando osa rivolgere al cielo il suo più profondo pensiero per poi trasmetterlo, in tutta la sua interezza nei cuori di chi legge. La poesia è quanto di più intimo ci sia, perché ogni essere umano possa completamente ascoltarsi, recepire ogni palpito del cuore, scavare nella memoria per sentirsi libero da quei pensieri che offuscano spesso, le giornate e la propria vita. La poesia è magia, tristezza, conforto. E tutto questo che dà un senso alla vita quando la stessa vita sembra essersi scordata di noi.
Ed è con questo mirabile testo “Dolore” , che Puerlongaevus riesce a tradurre in versi momenti di vita che, al contrario, rimarrebbero inespressi e chiusi nella propria mente. Le immagini racchiuse denotano una rara sensibilità d’animo, una finezza che portano all’emozione più pura, ad una riflessiva e forte verità di pensiero, fragile, perché il sapore dell’introspezione diventa confessione pura di un’anima in pena. In questa poesia così spontanea quanto sofferta, va a tradursi tutto il dolore che un cuore straziato dagli eventi può contenere. Un terribile senso di abbandono pervade ogni suo verso; l’autore ripone il suo primo pensiero nello scrivere: “sono seduto sull'uscio della nostra terra\ad ascoltare il dolore di questa gente muta”… sembra quasi quasi sfiorare questo assurdo senso d'impotenza guardando i visi assenti e quel che resta della sua terra, come spettatore egli scrive: “ ha tra le macerie riposto ogni parola\e nello sguardo curvo interroga il vuoto intorno...”. Un susseguirsi di immagini senza tempo, terribilmente amare, che vanno ad amalgamarsi ad una sofferenza che non chiede nessun perdono, ritrovandosi con una consapevolezza che fa paura, dove ogni pietra, ogni rovina come egli stesso scrive, è: “ più spaccata del mio cuore”. Commoventi quanto compite le note di cui l’autore riveste i suoi versi, usando espressioni forti e lancinanti. La sua gente, la sua terra, un mondo messo in ginocchio, dove tutto è stato cancellato, persino la memoria, dove neppure le lacrime hanno più lacrime e del silenzio... si avverte il rumore.
Poesia dalla metrica ben precisa a sfondo evocativo e di gran impatto emozionale.
Ogni singola sfaccettatura viene scavata sin dal profondo e analizzata nel suo aspetto più inquietante.
Scorrevole ed incisivamente riflessiva,l'autore fa emergere la sua particolare sensibilità affidando ad un momento di grande sofferenza, i suoi sentimenti più delicati e profondi: quelli di un cuore che ha visto sgretolarsi parte della vita e “anime sciamare in fuga dalla materia”.
A cura di di Rita Minniti
La poesia della settimana
La poesia di Francesco Luca Santo
Questa settimana abbiamo deciso di segnalare, un componimento poetico di assoluto interesse storico, scritto da Francesco Luca Santo: "Giuda".
Un'accoppiata decisamente vincente sia per la caratteristica versatile e sia per la validità indiscussa dell'Autore. Fare una recensione è sempre una cosa difficoltosa, perché ci si trova di fronte ad un bivio, ossia, se parlare, ed adulare la lirica in senso prettamente tecnico, o elogiare l'Autore che ha saputo disimpegnarsi in un labirinto di difficoltà storiche.
Qui siamo di fronte ad un testo decisamente interessante, laddove, con versi suggestivi, riesce a trasmettere al lettore qualcosa di sublime. Sin dai primi versi, infatti, appare, in una luce del tutto nuova, il contrasto tra i due personaggi, quello di Gesù Cristo, cosciente e consapevole del Suo destino, e Giuda Iscariota, un Apostolo controverso, avvezzo all'avarizia e alla lussuria, che preferì svendere il Suo Maestro, consegnandolo ai Sacerdoti del Tempio per 30 sicli d'argento, per poi (sec. Matteo, cap. 27) impiccarsi.
Nel corso armonico della lirica c'è tutta la dubbiosa coscienza di Giuda, carica di conflitti, che poi lo hanno portato al fatidico bacio del tradimento per affidarlo ai suoi carnefici. Anche la panoramica del tragitto nel susseguirsi di episodi brutali fino alla Croce, è descritta con una particolare terminologia classica da un Autore molto preparato. Quindi, siamo di fronte ad un componimento veramente esauriente, laddove riesce a trasmettere al lettore qualcosa di fine, che va al di là della cruda cronistoria religiosa.
Poesia classica abbiamo detto, ed il lettore viene attratto dalla melodia dei versi, in un incedere progressivo che anima il desiderio di arrivare a quel concetto finale prefissato dall'Autore, configurando nel tema una serie di passaggi tra i due protagonisti della Crocefissione, l'uno, vittima, votato al sacrificio, e l'altro, come dicono molte leggende che tramandano notizie sulla sua vita sregolata (sarebbe stato parricida e incestuoso, divenuto, poi, idropico e morto travolto da un carro!), un soggetto che si presta a varie interpretazioni per la sua figura di uomo ambiguo divenuto sinonimo di "traditore".
Diamo, dunque, atto a Francesco Luca Santo di aver saputo dare dimostrazione di grande talento, portato avanti con bravura e determinazione, nel presentare un brano di assoluta ricchezza poetica.
A cura di Sergio Garbellini
La poesia della settimana
La poesia di orchideanera
E' la prima volta che accade, su AltraMusa, di assegnare due riconoscimenti consecutivi per il miglior testo della settimana ad un autore (autrice, in questo caso). Ma le ultime composizioni di orchideanera rivelano un impegno ed una serietà nella ricerca poetica che non possono essere tralasciati, anche perché rappresentano un ausilio (e forse un esempio) per chi desidera affrontare con i più motivati intenti un iter creativo. Questa volta, va segnalato "Il quadro di Lautrec", testo che "ridipinge" un'opera di Toulouse Lautrec, grande pittore francese condannato ad avere un talento molto superiore alla sua statura fisica. La velata malinconia dei suoi personaggi rivive nei versi della poetessa.
Si può addirittura creare un parallelismo fra le ballerine del Moulin Rouge, fra le sue popolari figure e le immagini disegnate dalle parole: "sogno concavo di lune", "d'alloro e melograno", "cielo di un mercato saraceno" (i colori accesi, forti, rimandano alle opere degli impressionisti ed in particolare a quelli più visionari, come ad esempio Van Gogh).
L'autrice ha perso il suo re ("un amore in primavera"), il quale a sua volta "ha perso la partita" (un rapporto che ha generato una doppia sconfitta). E' uno scenario crepuscolare della memoria quello che viene tratteggiato, "fotografato" da uno sguardo senza acrimonia, attento al particolare. Orchideanera sceglie di creare una composizione rifacendosi alla tecnica dei puntinisti francesi: piccoli particolari che lanciano un doppio segnale: uno descrittivo ed uno intimistico, per suggerire meglio uno stato d'animo non chiassoso, non violento, ma raccolto nella mestizia di un ricordo remoto. Eccone alcuni esempi: "preludio a un canto di civetta" (presagio della notte), "gonfio di vento", "goccia di pioggia / sul mio re" (la regalità che viene profanata da un particolare comune), "spettro di seta" (contrasto fra tessuto nobile e luminoso e la cupezza di un fantasma). Questo humus di segnali fa sì che germogli un testo di grande coerenza ispirativa e stilistica, mosso da una ricerca minuziosa del dettaglio che descriva meglio lo stato d'animo (e l'anima).
..."un amore come tanti / di paglia e velluto rosso": questi versi forse sintetizzano nel modo più compiuto il proposito poetico dell'autrice: la paglia esprime la fragilità, la volatilità, di questo amore; il velluto rosso simboleggia le sensazioni accese e vivide che comunque quel sentimento è riuscito a suscitare.
Una malinconia suggestiva (per il lettore) echeggia come una nenia del cuore dell'autrice, nonostante le disincantata - e paradossale, vista la ricchezza dei dettagli evocati - considerazione finale: "che nemmeno più ricordo".
Un omaggio da regina ad un re smarritosi nel tempo.
La poesia della settimana
Le poesie di sortilegio e di orchideanera
Che cosa hanno in comune i due testi che questa settimana segnaliamo all'attenzione di tutti? La capacità di guardare oltre la propria sfera personale, la potenza visionaria e la puntualità descrittiva, l'attitudine a parlare degli uomini descrivendo la vita di alcuni.
"Una donna nella notte" di sortilegio e "Sam" di orchideanera sono poesie che raccontano il mondo partendo da uno spiraglio, come se gli autori riuscissero a vedere il tutto focalizzandosi su un particolare.
"Una donna nella notte" ha un ritmo secco, fatto di appunti che con sapienza ricreano una situazione. "Sam", invece, si incentra su un magrebino, alternando la sua prospettiva (cioè quanto l'emigrato vede attorno a sé) a quella dell'autrice, con un ricamo molto efficace di note diverse.
Sortilegio è un autore che ha fatto della sua fantasia, del suo estro, una tavolozza di colori coi quali regala paesaggi sempre diversi al lettore, partecipando umanamente - a volte più intensamente, a volte conservando il distacco del narratore - alle vicende costruite, in un mix di passione e di inventiva libera ed originale.
Orchideanera eccelle nelle descrizioni intimistiche: i particolari che delinea sono intrisi della sua sensibilità e la sua arte poetica si sostanzia in annotazioni personali che allargano l'orizzonte, offrendo al lettore non solo l'oggetto, ma anche la morale, la prospettiva, in esso celata.
In entrambe le poesie, sono numerosi i passaggi degni di essere ricordati e riletti per gustarne meglio il valore.
La poesia della settimana
La poesia di Grisby60
Spesso la stanchezza è qualcosa che ci sorprende e ci lascia indifesi, forse ci mortifica. Per il poeta, però, non è solo una circostanza fisica; essa è anche uno stato d'animo, l'occasione per riflessioni e bilanci, uno stimolo a guardare verso l'orizzonte, il prestesto per spogliarsi di ogni maschera e confessarsi.
Il tono lirico è nelle corde di Grisby60. Egli sa, con tocchi misurati, raccontare l'animo umano ed in primis il suo. Questo genere poetico sembra attagliarsi perfettamente alla sua interiorità, al suo "vizio" di guardare il mondo per capire e presentarsi limpido al giudizio con se stesso. Il poeta fa emergere il coraggio dell'uomo nell'affrontare la verità, nel dichiararsi debole con sincerità, coltivando sempre il desiderio di riconoscersi senza infingimenti ogni volta che si guarda allo specchio.
"Ho chiesto al vento stanco" è una poesia-confessione che, a mano a mano, si trasforma in analisi. Inizia con una descrizione arricchita subito da una immagine che trasmette, quasi fisicamente, il senso del freddo, dell'abbandono: "che il freddo mi congela stanchi" (i pensieri); nell'accostare l'aggettivo "freddo" al verbo "congelare" si ottiene un rafforzamento dell'immagine la quale, tuttavia, non è fine a stessa perché fa riferimento ai pensieri, i quali gelano nella loro stanchezza, cioè restano immobili, intirizziti, bloccati. Si crea una pausa sospesa.
Leggendo i versi successivi, si nota che il meccanismo della descrizione introduttiva di uno stato d'animo si ripete nella parte centrale delle strofe: "l'idee che accoltellano i miei sogni non vissuti", "lascia lì le gocce del mio sudare inutile", "lasciando i miei messaggi / nel becco dei gabbiani". Ogni passaggio contribuisce a delineare, nei suoi vari aspetti, il percorso umano dell'autore. Anche se i testi poetici non sono sempre necessariamente autobiografici, sembra che Grisby sia riuscito a catturare un suo momento di stanchezza e di malinconia, riuscendo a trasformarlo in un ritratto emblematico e rappresentativo dell'essere inteso come condizione esistenziale.
La poesia della settimana
La poesia di Carmine Valendino
Se la poesia è fatta di immagini che ci accompagnano attraverso le praterie del cuore e tra gli anfratti ossidati dell'anima, quanto tra vie armoniose, cantando nostalgiche note e, al contempo, aprendosi alla conturbante bellezza che abita la vita. Se la poesia costruisce castelli di sogni, intersecandoli ad una realtà che ci appartiene, e dalla quale non si può fuggire. Se profumi e colori, gioie e dolori, si mescolano alla struggente melodia di un cuore che, trova nei versi, la capacità di ascoltarsi e trasmettere emozioni, questo è quanto Carmine Valendino, riesce a comunicare con la sua poetica.
Una delle poesie che rispecchia tutto questo è: "Un paesaggio", dove l'autore, con suggestiva scansione trova lo spazio, per raccontarsi e raccontarci del suo pensiero. Un titolo che può farci immaginare ad una composizione paesaggistica ma che, invece, ci sorprende nel leggere i versi che la compongono, in quanto il significato è tutt'altro.
Già dai primi versi, infatti, ci fa immergere in quel suo stato d'animo che, non è certo avvolto in un caldo tepore, ma bensì, si avverte un gelo che percorre la sua interiorità. Un viaggio introspettivo, attraverso pensieri metaforici, riferiti sì, ad un paesaggio ma, di ben altro costrutto: "A foschi paesaggi / in tramonti grigi, / verdi e viola / a volte / mi è dato di assistere / con cuore grave / e percosso, e io stesso / sono quel paesaggio". Un uniformarsi, quindi, a tutto ciò che ha intorno, in quello spazio dove sentirsi altro e non bellezza assoluta, rende greve la sua anima e la mente. Sentirsi egli stesso amalgamato ad uno sfondo che quasi, non gli appartiene, sentendosi avvolto da immagini tristi e dolorose. Perdersi allora "tra cielo e mare / alla ricerca di un soffio di vento", è quanto i suoi occhi disperatamente anelano perché, si possa disperdere completamente, quello stato di abbandono che lo pervade, mentre: "spire sinuose e perfide /... lo "avvolgono stretto". Cosicchè, in questa lotta estenuante si rivolge, a sé stesso, e in quel suo profondo pensiero, pensa a un tempo passato e, al contempo, alla sua realtà e a quel che verrà. Ed è nel silenzio, solo nel silenzio, che riesce ad andare oltre tutto, eludendo il dolore, la malinconia di sempre e immergendosi, laddove, tutto si annulla... annullando lo stesso tutto! Così come, egregiamente scrive nei suoi ultimi versi dove, ci sorprende, l'interezza che si assapora e che riesce a trasmettere.
Apprezzabile il lirismo che, unisce un'ispirazione calda e genuina ad uno sfondo autobiografico, velato da tristi pensieri, fino a sfociare con ferma determinazione in quel suo ermetismo finale, svelando così, in tutta la sua pienezza, il vero intento del pensiero.
La poesia della settimana
La poesia di Luca Murtas
Quel che colpisce subito di "XLVII Luna Nera", scritta da Luca Murtas, è la musicalità dei versi che si avvale dello schema a-b-b-a. La rima, ben calibrata, non pesa affatto sui versi e la si percepisce come un moto di sottofondo, come un incedere sonoro soffuso, senza mai apparire forzato.
La tematica di "Luna nera" rientra fra quelle classiche: il poeta si rivolge alla luna, interlocutrice di tutti i sognatori ed i pensatori.
Emerge l'insoddisfazione dell'autore per il tempo che vive; risaltano le sue inquietudini che trovano nella notte e nel chiarore di "selene" una sorta di conforto.
L'immagine iniziale, che di solito dà l'imprinting alle composizioni, è particolarmente indovinata ed originale: la figura della vedova ben si attaglia alla solitudine della luna che, pallida, spande la sua luce nel buio.
Anche il verso "Ed è tutto silenzio, ed è tutto tempesta" rientra nel solco della migliore poesia e contribuisce a creare subito una sensazione di tormentato vagare, corrispondente alle ansie di chi scrive.
Piuttosto impegnativa nella interpretazione appare la terzina "e tutti i secondi del tempo son morti, / nel profondo terrore di vederli risorti / come vaghi presagi del tempo che resta." Il tempo viene annullato nel timore ch'esso porti l'angoscia della fine, del termine di una esistenza schiacciata dai suoi limiti.
Il desiderio di "altro" di manifesta nell'anelito alla fuga, nell'esigenza di scoprire qualcosa di incontaminato che regali la purezza e l'assoluto quasi sempre negati dalla vita.
Sincero e ben pennellato lo slancio del poeta: "E cerco, e ripenso, ed ancora ragiono, / ancora nel cielo io falco mi fingo"; il meditare ed il rimuginare ed il ricordare sembrano assilli che rendono la notte insonne, mentre l'uomo culla di sé l'immagine del falco, forse per sfuggire all'angoscia, forse per raccontarsi un'illusione che dia la forza di andare avanti (il verbo "fingo" è la spia che rivela la natura confessionale dell'affermazione). Ottimo anche l'uso della "e" per legare le reiterazioni e l'avverbio "ancora" che lega i due versi.
Nella chiusa, Murtas rende palese la contraddizione del suo animo: la notte pesa ed opprime, ma viene vista anche come una culla nella quale abbandonarsi alle proprie malinconie, nascosti agli occhi del mondo.
In sintesi, "Luna Nera" è una poesia che fa propria la lezione degli autori classici, che dimostra un bagaglio di solide letture, che evidenzia la padronanza del verso e l'anelito verso l'assoluto, fuoco che arde dietro ogni ispirazione.
La poesia della settimana
La poesia di Miù Jacqueline
Miù Jacqueline ci ha abituati ad una poesia dai toni accesi, bruciante di passione. Giungono, così, inattesi i versi di "Campanelle di vento alle tue delicate caviglie" che colpiscono per la loro delicatezza, per il tono elegiaco che sembra volare come una colomba.
In questa poesia, Miù dimostra di potersi avvalere di un registro stilistico ed espressivo molto ricco, che spazia dalle atmosfere barocche agli acquerelli tenui ed aggraziati, come una voce capace di modulare il suo canto anche con timbri assai distanti fra loro.
Il testo di "Campanelle di vento alle tue delicate caviglie" si compone di pennellate che mirano a costruire il quadro di un amore forte, intenso, ma al tempo stesso quieto, fatto di sogno, di fantasia, di dolcezza.
Molto belle ed originali alcune immagini che riescono ad essere semplici eppur evocative: "Domenica in fiore si sveglia con un sorriso", "qualche angelo vola come una rondine", "com'è candida la voce del cuore quando sogna".
E', questa, la preghiera di un innamorato che idealizza la sua donna, che la sposa alla natura più bella. Il "paesaggio" domenicale non è scelto a caso, perché si coniuga con lo spirito quasi religioso con cui ci si rivolge alla persona amata: si vedono angeli, si ascoltano campane, si percepisce la beatitudine di chi è ricco del proprio sentimento e riesce ad accettare - nella consapevolezza dell'estasi - la fugacità dell'oggetto dei desideri, dello scrigno di tanta bellezza.
Questa poesia suggerisce un valore importante: quello del sentimento che riesce a soddisfare se stesso, che riesce ad accettare l'avversa sorte perché il semplice amare regala gioia. E' quasi un richiamare gli ideali dello Stil Novo, quando la donna amata era un essere angelicato verso il quale persino la supplica era una premio, tanto alto era l'ideale ambìto.
Il finale, nella sua fluidità, è perfetto: "ho le mani vicino alle nuvole / dove apro strade per il tuo passare / in volo"; il verso conclusivo assomiglia ad un frullo d'ali che si allontana, restando negli occhi dell'innamorato come un incanto di purezza.
Non c'è creatura al mondo che non vorrebbe essere amata con tanta grazia e tanta generosità.
La poesia della settimana
La poesia di Paula Becattini
Una poesia che sa alternare la nota leggera a quella cronachistica velata di sofferenza. "Non importa" di Paula Becattini è un testo che sa tradurre uno stato d'animo, restituire il sorriso di una bimba, fermare con una carta velina colorata l'onda della quotidianità più dolente.
"Non importa" è come una leggera scrollata di spalle che manda in frantumi le apprensioni e le martellate della vita. L'inizio dà subito l'impronta all'insieme dei versi, perché riassume il ricordo ed il momento contingente, la rassegnazione (vitale) e la voglia di combattere, la sofferenza interiore ed un distillato di purezza conservata con tenacia.
La poesia scorre limpida, quasi fosse una fiaba. Ha l'efficacia del racconto e l'evocatività di un mosaico colorato di esperienza e di ricchezza emotiva.
Per il lettore risulta facile (e ciò è una grande conquista per chi scrive) vedere il profilo di una donna che ha saputo tenere vivi in sé gli stupori dell'infanzia, le sfumature più vivide e luminose, pur senza dimenticare il necessario coraggio per andare avanti.
"Non importa / se mi lascerai / per poi riprendermi": è il canto di una donna che accetta il gioco crudele dell'amore, che ne conosce le dinamiche prepotenti, che non rinuncia ad amare nonostante partenze e ritorni capaci di fiaccare il cuore. La forza dell'autrice sta in quel serbatoio prezioso in cui si cela "una giovinezza / mai spenta".
Sembra che Paula Becattini abbia scoperto la formula di quell'alchimia che consente di crescere davvero, di vivere il futuro senza abbandonare il meglio di noi stessi lungo il percorso. La sua serenità di "bambina sull'altalena" si rinnova quotidianamente e dà forza ad entrambi i protagonisti del rapporto d'amore (seppure il legame sia tormentato). La luce e la leggerezza del passato riverberano sul presente e tessono un filo così resistente da tenere saldamente legati i giorni.
Molto belli - poiché immediati, chiari e penetranti - questi versi: "ascoltando / l'anima silenziosa / e le emozioni / custodite"; "io son qui / bambina sull'altalena / a solleticare la vita / con la consapevolezza / ormai adulta / che non esiste / la perfezione". Il tono è quello della lirica più schietta e genuina, senza finzioni o tentazioni di retorica. La vis del verso è quella di una fanciulla più forte del tempo, che continua a sorridere alla vita ed disfarne, un po' alla volta, l'ordito più triste e cupo. Un sorriso di cui il lettore è grato, molto grato.
La poesia della settimana
La poesia di Sempresveva
Una poesia delicata e con un ritmo dolcemente cantilenante, ben percepibile. "Prima di tutto" di Sempresveva è una "litania" (nel senso più alto del termine) d'amore, una carezza in forma di poesia che scivola nella notte, cullata da note malinconiche.
Tuttavia, la melodia interna non impedisce all'autrice di scavare con durezza nell'avvertita solitudine: "prima che la notte diventi il nulla / intorno ad un alito di vento" profila una sorta di abisso interiore che azzera l'essere e lo rende evanescente (efficace l'immagine di impalpabilità suggerita dalle parole).
La reiterazione dell'avverbio "prima" e dell'aggettivo "ultimo" indicano uno status liminare, come se l'ultima speranza avesse solo un attimo per danzare ancora, prima che calino le tenebre.
"avvolgo il mio pensiero / nel tulle di un sogno": si percepisce, nella grazia del verso, una femminilità fragrante, un desiderio ben governato di rinascita, una tenerezza nel considerare i moti della propria anima che rendono la poesia vicina alla sensibilità del lettore.
"cantando l'amore nell'ombra". E' qui la risorsa del poeta, la sua capacità di cantare comunque, di nobilitare anche una delusione o un senso di solitudine, come un usignolo devoto alla sua missione di osannare la vita con un cinguettio mai domo. I versi successivi ("ascolto il mare, / l'andirivieni dell'onda sulla baia") rafforzano la convinzione che la voce dell'anima, seppure immalinconita da un desiderio irrealizzato o irrealizzabile, continua ad essere presente ed a farsi sentire per addolcire un cammino all'ombra della speranza.
Nella sua semplicità, nella sua immediatezza, il testo di "Prima di tutto" si fa amare, perché suona una musica tenue da tutti ascoltata almeno una volta nella vita.
La poesia della settimana
La poesia di Michael Santhers
A volte ci sentiamo querce; più spesso, accostiamo questi maestosi alberi a figure a noi care, che ci guidano o che hanno protetto i nostri passi. Infatti, se cerchiamo una immagine che infonda sicurezza ed ispiri una forza solenne, sovente ci viene da pensare proprio alla quercia.
Protagonista della poesia/racconto "Vecchia quercia" di Michael Santhers è un fusto vetusto, di cui viene narrata la storia. Dai versi trapela una lunga esperienza di scrittura, evidente sin dalle prime righe, originali nella descrizione e cariche di "colore": "Aggrappata su ernia di terra tumefatta", "corteccia a pelle di coccodrillo ferito".
La narrazione, a ben vedere, si attaglia tanto ad un albero quanto ad una persona, austera e generosa. Il periodare è chiaro, non si ravvedono asprezze o incertezze; il polso del poeta è fermo nel tracciare una parabola che non è solo... vegetale, ma anche umana. Alcune pennellate restano impresse per la loro efficacia evocativa: "sole incarognito di mezzogiorno", "per gli anziani era biblioteca", "gioco baro della vita", "timidi amori inceppati".
Il carattere sussiegoso della quercia a poco a poco si stempera nella sua prodigalità verso gli uomini, a cui offre sostegno, refrigerio e conforto. E si percepisce il tono affettuoso del poeta che di questo albero, apparentemente distaccato, era riuscito a vedere il cuore e l'anima.
La poesia della settimana
La poesia di Minet
Minet torna a scrivere del suo colloquio con il Signore e lo fa con la consueta "franchezza". "Chiodo e Crisma" è il dialogo con un Dio assente ed una disamina della propria condizione umana che anela verso l'assoluto.
Molto belli i primi versi che descrivono la situazione di partenza e di desiderio d'un calore paterno, di una voce che plachi gli affanni: "Ho varcato le pianure del bisogno, Padre assente.".
La mancanza di un solido appiglio, forse perduto nel corso del tempo, è denunciata in questi versi: "il silenzio di chi offeso ti ricorda". Si instaura una sorta di confronto con l'Altissimo a cui si "rimprovera" la lontananza, la voce muta. E' la condizione di ogni essere umano: cercare Dio, soprattutto nel momento della sofferenza, e non trovarlo; avvertirne fortissimo il bisogno e non ricevere risposta, quasi si trattasse di una punizione.
Inutile aggiungere che non si tratta di una negazione dell'Altissimo, poiché il colloquio ne ribadisce implicitamente la presenza.
In sostanza, è la preghiera di una figlia che si sente abbandonata, che avverte le sue forze troppo limitate di fronte a dubbi ed ostacoli, dolori ed affanni: "Così incerto è il proseguire, / Assestarsi sulle spalle la pazienza". La soma (immagine richiamata dal verso "assestarsi") del cammino terreno obbliga ad abbassare il capo ed a procedere senza guardarsi attorno o porsi domande, come farebbe un bue costretto a trascinare il suo sudore ogni giorno nei campi.
Questa volta la preghiera di Minet non si limita ad un confronto con il Padre, ma fa trapelare la rabbia verso l'ingiustizia e la povertà spirituale del mondo: "l'agio ha le pretese / E gli ingordi non ricordano la sete". Chi è abbiente, chi ha tutto ciò che desidera, dimentica la sete di Assoluto, la "necessità" di guardare al cielo.
La poesia della settimana
La poesia di giuga1
E' una ballata - libera e senza teoremi - che s'ispira al destino, al nostro cammino umano, alla morte che dà la misura al nostro passo, la dimensione al nostro esistere, il valore alle nostre azioni. Se non fossimo finiti, transitori, la nostra presenza in questo mondo sarebbe un fatto scontato, privo di ogni rilevanza. Saremmo natura e null'altro.
Ma il tempo, gli accadimenti, il destino introducono un elemento che consente di "definire", di tracciare confini. Ed ecco che dai limiti giungono la bellezza, i pregi, il carattere e tutte le meraviglie dell'essere umano.
"E' il Sole ciò che voglio" di Giuga1 sottintende queste (minime) riflessioni, tentando di raccontare le speranze, le delusioni, il disincanto, ma anche le aspirazioni di ogni uomo.
"Onda dopo onda che arriva al presente": ecco il buio che ci cresce attorno, ecco che i limiti si trasformano in disagio e quasi soffocano la mente ("Provi ad elevare lo sguardo e la memoria / Oltre il soffocamento l'ergersi è lo scopo"). Tentiamo di innalzarci, di uscire dal nostro angolo di universo, ma sempre e comunque troviamo la fine che delimita l'orizzonte e sembra frustare i nostri aneliti. "Ti gioca i suoi scherzi, Lei / calandoti le braghe alzandoti la gonna": pare un riferimento alla morte che gioca con le nostre esili vite e che si diverte e vanificare i nostri sforzi. La descrizione, però, non è cupa. L'autore vede quest'ombra che aleggia come una presenza beffarda, a cui egli dà un tocco familiare ("calandoti le braghe, alzandoti la gonna"), quasi a beffarla di rimando, sebbene si possa rinvenire una traccia di amarezza collegando l'immagine delle braghe alla paura, sentimento naturale di fronte all'ignoto.
Nei successivi versi si ha la proiezione di visioni, che possono inerire alla morte o anche all'essere, cioè all'essenza del vivere; non c'è una rigorosa traccia logica da seguire per amare queste parole. Forse volutamente ambigue, le parole di Giuga1 lasciano il lettore libero di attingere alla sua fantasia per tracciare un suo quadro, fino a che non "giunge" l'Angelo che scalda la scintilla del desiderio e quindi della vitalità. "E' il Sole ciò che voglio". E' fulminante questa asserzione che, con semplicità, riporta in primo piano la nostra corporeità e l'esigenza umana di sapere, di vedere, di sperare.
La poesia della settimana
La poesia di Donatella 44
L'amore dopo l'amore: l'invocazione di una donna che chiede di disamorarsi, ma lo fa con un senso di amore sotteso che rende "tenero" il tentativo.
"Spigo e resina" di Donatella 44 riesce a descrivere con semplicità, con l'esempio, un sentimento talmente complesso da far convivere in se stesso la sua negazione, così totale da assorbire le sue contraddizioni trasformandole in anelito.
Ma questo desiderio di interrompere il tormento dell'amore non nasce dalla stanchezza, dal rifiuto: esso è generato da una corrispondenza sentimentale altalenante, che si offre come "pane" e che sa essere, a volte, affilata "lama".
Il testo della poesia inizia con un verso che ben introduce lo stato d'animo della donna: "un solo pezzo d'ala". L'immagine è forte e indica la frattura traumatica di un volo, con il brandello che resta. Poi, l'autrice descrive il suo status segnato dal tempo. Lo fa con toni netti, prepotenti, accentuati: "sulla schiena irrigidita / dai passi della vecchiaia / dai ritmi mortali delle ossa". Subito dopo, come sovente accade nell'amore, si ha un sussulto che diventa desiderio e invocazione: "che nelle tue mani vorrei distendere". Nel verso successivo cala quasi il sipario, con il quale si spiega il senso della "richiesta": "per disamorarmi dopo l'amore". Con questa frase, sembra che il cuore si rinserri in un rifiuto, pare che la mente rigetti l'idea di provare ancora sentimento. Tuttavia, come un moto di marea mai stanca, riecco una confessione che ha il calore di una carezza: "che mi stordisce ancora / con il suono ferito della cetra". Quest'ultimo verso è una piccola confessione: la poesia - che dà voce al cuore - ha smarrito la sua melodia, è ferita dalla realtà.
La poesia della settimana
La poesia di Dario Cenullia
Fare arte con pezzi di stoffa o di vetro, fare poesia con brandelli di memoria elencati come se si trattasse di un inventario. Con i ricordi, Proust costruì l'opera della sua vita e la sua "Recherche" è divenuta uno dei classici dell'umanità. Ovviamente, Dario Cenullia non si propone mete così ambiziose, ma il suo testo rispecchia lo stesso meccanismo letterario: la scelta di brani di passato per comporre un quadro che sia evocazione e poesia. A parlare sono i fatti; il poeta è il demiurgo che vigila, il fabbro che forgia e sembra impegnarsi in un lavoro da artigiano, scevro da ogni intento lirico. In realtà, già la scelta dei ricordi, già la loro ricomposizione secondo un mosaico personale evidenziano la carica poetica e l'inventario si trasforma in versi. Forse, a volte, scelte di queste tipo si rivelano più ardue di un componimento lirico, perché appaiono distanti e fredde al lettore. Pertanto, occorre dosare bene gli elementi di tali alchimie, affinché non annoino e non vengano accolte come una offerta arida.
In questi versi, Cenullia rievoca una vacanza fatta da ragazzo con la famiglia. L'esordio è di quelli che spiazzano: "Il lavandino". Viene quasi un sussulto nel leggere, ma forse era questo l'effetto voluto dall'autore: iniziare da subito con un tono prosastico per rendere al meglio l'ambiente e le sensazioni familiari, casalinghe. La memoria si fa strada a colpi di flashback, scavando nel passato un po' alla volta.
La poesia della settimana

La poesia di Aurelio Zucchi
Lirismo e nostalgia, delicatezza d'animo e di sentimenti, sono i temi predominanti della poetica di Aurelio Zucchi. Un autore che, con sorprendente bravura, riesce a trasmettere infinite e calde emozioni, lasciando scivolare nelle vie infinite dell'anima con estrema suggestione, pensieri intimistici di grande afflato lirico.
Memorie e ricordi si alternano ad una realtà che scorre a tratti malinconica, quanto gioiosa, dove spesso però, è fortemente puntualizzato, il pensiero irrefrenabile della propria giovinezza.
Un passato che, tra le righe dei suoi versi, vive e palpita andandosi a scontrare con la realtà in cui vive e che espressivamente trova riscontro nella poesia "In sella ad un cavallo bianco", dove l'autore, con pregevole effetto, cerca di nascondere la malinconia che l'accompagna durante i suoi giorni perché il dolore, per la lontananza dal suo passato, non possa ferirlo ulteriormente.
Ma non può fare a meno, di dare voce al suo cuore, attraverso i ricordi, che metaforicamente affida all'immagine di un cavallo bianco, visto come una figura amica, un dolce compagno di vita, così come ci confessa quando scrive: "In sella ad un cavallo bianco / mi avviai dall'alba verso il giorno". Il suo, quindi, un pensiero rivolto all'adolescenza vissuta nel suo luogo d'origine, "per poi, oltrepassate le colline / con un inchino salutar quegli anni"... dalla quale si ritrova a doversene allontanare, forse per scelta, forse per necessità. Un mondo nel quale si vede catapultato e che, alla soglia degli anni ormai vissuti, ripercorre con la mente. Anni pregni di nostalgici rimpianti, mentre gli stessi, allora, trascorrevano sereni e dei quali non era ancora stato meditato l'addio. Come in un film, scorrono le scene della sua vita. Un film visto con gli occhi di chi certi momenti, li sente ancora appiccicati addosso, come se fossero una seconda pelle, fermando le immagini per poterle riassaporare. Incisive le espressioni come: "scendendo di gran fretta a valle / a lungo mi fermai nei verdi angoli / gli stessi da cui guardare il mare"... che gli procurano emozioni fortissime o quando scrive: "in seguito...io odorai di uomo / e mi tuffai nei fiumi dell'amor", di quando per amore ci si abbandona e si abbandona tutto, mentre predomina inesorabilmente un solo pensiero: la terra natia.
La poesia della settimana
La poesia di Orchidea Nera
Intensa, asciutta, aggraziata nelle immagini. Questa poesia di Orchideanera è un tributo d'amore struggente, modulato sulle note della nostalgia e della tenerezza. L'autrice, con piglio sicuro, riesce ad evitare le trappole del canto compiaciuto, ma parla con la sincerità che solo un sentimento dignitoso e profondo riesce a regalare.
Rosanna è una mano tesa verso la madre, una preghiera silenziosa che sorregge il peso del tempo trascorso e che conserva inalterata la linfa vitale del legame. L'omaggio filiale tocca corde profonde e si muove sul filo di ricordi preziosi, sopravvissuti ad ogni tempesta. Alla madre, da cui siamo nati, torniamo col pensiero nei momenti più difficili per sentirci ancora figli, amati e protetti. Non si possono non avvertire come propri questi struggimenti, tali delicatezze lontane da ogni retorica.
"A polsi lividi / mi amerai di primavera": la vecchiaia, la fine lasciano il segno sul corpo ma il sentimento di una figlia proietta in un tempo migliore (la primavera) l'immagine della madre, una immagine che, col passare delle stagioni, si sente ancora più prossima ("le tue rughe fatte mie"). Questo desiderio di luce va contro la ragione, contro gli anni che passano, contro il distacco, e diventa desiderio di calda cantilena, di abbraccio, di ricongiungimento e di ritorno al passato ("mi canterai una nenia nella mano"). Belle, molto belle, le immagini usate per comporre un quadro d'amore.
La poesia della settimana
La poesia di Elena Franchitti
L'amore non ha tempo e può sorprenderci in ogni momento. Anche quando il tempo delle rese e dell'abbandono delle consuete "vesti" sembra aver scoccato la sua ora, accade che si viva un risveglio, che si abbandoni la scorza cresciuta negli anni per vivere la pienezza di un raggio di sole. E' il flusso della vita che gorgoglia nel silenzio.
Questa poesia di Elena Franchitti trasforma in lirica lo stupore di un sentimento inatteso. "Abbattesti le mie difese": l'essere umano erge barriere verso l'imprevisto ma, quasi sempre, quando a rinascere è la speranza ed a crescere è l'amore, nulla resiste. L'autrice racconta questo piccolo miracolo emotivo con tocchi molto delicati, riportando il sentimento nell'alveo della natura, com'è giusto che sia. I primi aggettivi sono pennellate: "inerme e pallido"; mentre, in quelli successivi, la condizione precedente l'innamoramento è tratteggiata con originalità ("mi nevicava il sole a rabbrividir la quiete", "e m'assordava il cigolar del tempo"). Particolarmente bella e di sapiente fattura l'immagine del sole che fa rabbrividire, come una presenza troppo luminosa per chi ha scelto il crepuscolo. Da sottolineare anche il verso "a stupirmi nuda" che fa richiamo alla carne ed al pudore, alla passione ed all'essenza dell'essere, spoglio di ogni remora o finzione.




