Alla vita
Nient’altro che opinioni ora da me
Il tempo è maltrattato
In questa valle morta di promesse
Che a dire fiorirà
I diavoli del cuore ormai sanno chi sono
Invano lamentano il maltempo
Di questa guerra muta che sovrasta
L’inferno d’ogni ieri
Chi sono e mai chi ero
Adesso non lo chiedo
Scoprendo la giustizia
Dei sensi sfaticati
scenari come tagli
Malanni e ferie addosso
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Rive ancorate
Guardateli i perdenti;
Le strade come rovi da vincere al pensiero,
Le lame della sera sul guanciale,
L’invernale marginale dei loro corpi esilio
Al cuore che non smette di fiatare
Sono le macerie che regnano pietà
A venderli mortali prima di marcirli
Scordando a valle il sangue dei bambini
Creduto sacra vena un giorno breve istante
Il tempo d’ingrigire
ombre
Al buio l’ombra è niente
L’osservo inesistente
miniera di prigioni
Coraggio servo dentro la sua lama
Al buio scolorisce l’ombra niente
Dimentica l’estate
E le discese scure che allevano deliri
Per alzarla
Offrite la corona, l’oscuro mi risuona
Lodando l’indolore lontano dalle fosse
Dai pianti di settembre
Disposti a fionda boia naturali
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E siamo tutti morti
E siamo tutti morti. Le strade sono troppe,
Finiscono sul mare e a morte le coerenze
Non sanno più di noi
Remando le bandiere per la pancia
Ricordo cattedrali se penso addormentata,
Pilastri intonacati dai valori:
Le dure prospettive disposte a rotolare
Le bocche sul cemento
E il vento a ripulire non dà pace
Ora,
I sogni e le occasioni uguali come figli,
Li sento ogni momento
Era la terra dura, lontano l’avvenire;
Le forze intorno ai fianchi premiavano le spose
Sospese sugli altari:
Promesse liberate, grembo a schegge
Era la sete nuda, lontano l’avvenire,
La paga del bisogno morta al rancio
Sfamava la ragione e i sogni dei bambini
Così poco infantili e torce accese a stento
Sul viale dei dannati
Ruvido il ricordo, adesso senza voce
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Inviato da Minet il 25 dicembre, 2009 - 23:52
A tratti fuggo viva
A tratti fuggo viva, indosso le mie mani,
Lo sguardo mi appartiene, seduce ogni ricordo
E il pianto e il sentimento disegnano perfetti
La terra che non ho
Vorrei una perla d’anima in quel sensore eterno
L’essenza di un mattino fuggito all’orizzonte
Per onorare le favole bruciate
Che ho sparpagliato al vento
È sacra l’amarezza, la guerra che non muore,
Gli ulivi del respiro
Saremo noi, gli ulivi del respiro
La folla stanca, scampata alle macerie
Del vivere oggigiorno l’inverno del presente
Voltando senza orgoglio la pagina del cuore
Il perdonare saprà vederlo Dio.
La vela guida il vento - padrona lì al suo fianco -
Capovolgendo il mare: questo miscuglio sporco,
D’incomprensioni eterne,
Dal giorno creato sole all’ultimo in destino
Grondaie di serpenti
Lievito misura
Remando il ventre ombrato
Sul bianco dell’istante senza cieli
Disteso a regalare
La favola dipinge
Grondaie di serpenti
A striscia primitiva:
La sillaba del sì senza giurare
la vela fra le labbra è peltro caldo
Scomposto, riflesso,
Ai bordi acquerellato
Destreggia sua la scia
Lento bruciando
Coralli e souvenir d’instabile comparsa
La difesa di Giuda
Io sono nato Giuda e un ramo ha il mio destino.
Cammino benedetto santificando il tempo;
Assolvo remissivo la mia parte
Forgiandomi la pena, scultura universale
Vergogna ai ladri, a chi deturpa i cuori
E ai troni senza gloria d’umiltà
Ché a poco rivendono i padroni
Per riverirne altri sognati inceneriti
Io sono nato Giuda e un ramo è il mio dolore.
Giuda in me
A niente è valsa la corda insanguinata /l’umana cecità ancora ti bastona/ scordando a valle il Volto che hai annunciato/baciandolo tre volte santo fiato./Giuda sul fango/ Giuda esiliato/guardale fiero le foglie salvate/così festosamente perdonate/
*
Deliri tempo
La luce sonda l’anima, sbocciata gruccia lenta
Riemerge così lo stato del principio
Stringendosi in assolo la coscienza
Nutrita di pensieri accumulati
È il sonno inesistente la lotta più incalzante,
Chiudere gli occhi e lì vedere il mai
Così come un diamante, ancora da intagliare
Prendimi di spalle, inverno sottinteso
Raffredda ogni concetto, la voglia di fuggire,
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la follia
È strada provvisoria la follia,
Frappone bene e male cercando l’assoluto
Del cuore come base.
Oppure è Dio che parla, spogliato di poteri
Cercando aiuto dove non c’è forza
Per rendersi loquace nel silenzio.
È strada provvisoria la follia,
Percorso da intagliare come gancio
Per risalire in cima
A scrivere sui muri l’irreale
Del semplice importante.
È strada e compassione la follia
Novembre del Signore
Il gesto perso è la fiamma offerta al vento
Agile speranza nel via andare
Affievolisce arresa le spire del suo grembo
Rigando fiati e tempo, eterna lotta
Soffia anche il sole rubandole i mai cieli
E a tratti, la strazia indebolita
Come un percorso stato
O un legno da murare
Gloria era l’ombra posata dal silenzio.
La sua movenza alata
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Il diario di Miriam
Ho impersonato tutti i miei dati.
Quelli incompleti, finti, per nominarmi assente.
Ho strappato una pagina dal mio diario per cancellare questo momento.
Per renderlo insignificante.
Nessuno saprà mai quanto ho da dire a Dio in questa notte di settembre
ed io dimenticherò prima dell’alba.
Ho paura di morire. Sì, Padre Amore.
Ho paura di perdere il respiro senza avviso.
Sante mezze verità
Siamo orfani di Dio e citiamo le bontà come bibbie sofferenti
Dove l’ombra traccia il cuore che possiamo
Sino a fare conveniente la morale.
Affidiamo lo sconforto, pianti stanchi,
Le lesioni come spose, madri e figlie,
Poi sprofondano al tramonto
C’è la luce che tormenta, guarda meglio, fruga il bene,
Lo spiraglio che non vedi dietro al sole,
La temuta primavera
La tragedia di Lu
Mi diletta quel silenzio
Curva in esso, mi socchiudo
Cancellando le impressioni
Come piaghe vegetali
I pensieri accavallati
E l’essenza da scucire
Lentamente inchiostro e bile
Sanno l’eco degli assenti
Misurate con giudizio
Ogni strada sperperata,
Scoprirete pelle e rovi.
Cosa ieri alleggeriva
E accendeva a fiato il sole
Giusto il vero di schiarire
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Casualmente
Vorrei vivere di chi, tralasciando le obiezioni,
Scagionarmi da ogni sorte indefinita
Quasi certa di soffrire la realtà
Confinare dentro al seno un paradiso
Scelto a caso, temporale,
Senza fretta d’abitarlo
Quanti colli morirebbero confusi
Se il ricordo fosse Dio,
Mezzi cuori e poi scadenze
Disegnate finemente estranee al tatto
Noi chi siamo, la prudenza scelta guerra

Inviato da Minet il 8 ottobre, 2009 - 17:55
Fra i rami
Dimora la semplicità fra i rami
Che regnano più foglie.
Il loro dire è attesa oppure divisione
Al pianto delirato, ancora da inventare
Fra i rami c’è l’immenso di un solo grido freddo
E il fiore transitorio mai prega l’inversione
Esonerato al sangue
Inutile ragione
Noi tutti rami appena vantiamo quel confine
Ma il credo spezza il sole
Bruciando leggi e bandi
Quando la vita in veglia era l’ignoto
Abbiamo un vizio informe fra le mani,
Di chi, per chi sarà?
Battiti di pioggia sfatti all’ombra
E regni in preda ai vuoti da regnare
Così, forti incapaci
E lo diciamo ai muri ché siamo lamentosi
Piangendo avanti e dietro
Preghiamo senza altari
L’immane delusione da esibire
Povere le spine
D’inferno indietreggiate
Disperdono ogni goccia al nostro pianto
L'agonia del tempo senza santi
Cerco il preludio del bell’amore avuto.
La sete che ha brindato con il vento
Scaraventando il mare,
La sabbia debellata come sua promessa
Non è per te la costola che lascio
Al mio silenzio appeso.
Per te che preghi invano la domanda
E annaspi le ragioni
Di noi gettati tristemente dadi
Cerco la pelle da perdonare stesa,
Il sesso che concorda mente e fuga
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